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L'unicità dell'Homer springfilediano
Gianluca Marcocci | 19 agosto 2010 alle 16:25:24

L’immobilismo nazionale induce l’Italia ad avere strette dipendenze energetiche da Stati esteri tecnologicamente e socialmente più dinamici. Ammaliato dalla patina melliflua di cui sono ricoperte le centrali nucleari e dalla concreta possibilità di rendersi autonomo dalla produzione francese, il governo italiano ricerca affannosamente il consenso della maggioranza per un repentino ritorno all’uranio: sarebbe l’infausto voltagabbana di una nazione che nel referendum del  1987 si era dimostrata coscienziosa ma che ora, incantata dalle infondate ed ipocrite sirene di ministri irresponsabili, pare vacillare nell’incertezza.          

La storia ha già sfortunatamente mostrato la gravità delle conseguenze degli incidenti nucleari e le ininterrotte radiazioni, a cui la popolazione viene inconsapevolmente esposta, che causano un maggior rischio di morte per leucemia e tumore.Se da un lato il progresso scientifico è riuscito a migliorare notevolmente la sicurezza delle centrali dotandole di reattori di ultima generazione, dall’altro non è stato ancora capace di porre fine alle frequenti fuoriuscite di materiale radiante,  troppo spesso spacciato dalle industrie e dai mass-media come “innocuo”.Il processo di localizzazione di una centrale nucleare è molto difficoltoso e problematico. Viviamo in un’epoca in cui poche persone possono compiere grandi danni all’umanità e il rischio che queste industrie possano essere prese come obiettivi per atti di terrorismo, è molto realistico e preoccupante: paradossalmente ci ritroveremmo ad essere i proprietari indiretti di una bomba ad orologeria dal potenziale incontrollabile, la cui detonazione sarebbe a discrezione altrui.L’ultimo apparente problema è in realtà il primo. La scienza non ha trovato ancora il modo per distruggere le scorie dell’interno delle centrali stesse, per cui il trasporto del materiale radioattivo resta uno degli aspetti più critici e preminenti. L’unica soluzione, per il momento, sembra essere lo stoccaggio in depositi geologici o ingegneristici, ma nessuna comunità accetta di sacrificare il proprio territorio per ospitare rifiuti che impiegheranno migliaia di anni prima di perdere la loro radioattività.Proprio come gli altri combustibili fossili, anche l’uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura ci offre gratuitamente da sempre, ma che l’uomo non ha mai utilizzato concretamente per gli scarsi profitti che da essa può ricavare: il sole, infatti, non è soggetto ai monopoli. I nuovi impianti solari termodinamici rappresenterebbero la perfetta ed inoffensiva alternativa al nucleare: basti pensare che, per rifornire di elettricità un terzo dell’Italia, basterebbe un anello solare, grande come il raccordo di Roma, la cui potenza eguaglierebbe quella di quindici centrali nucleari. Un ipotetico quadrato di specchi, lungo duecento chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l’energia necessaria all’intero pianeta e un’area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1% delle zone desertiche del cosiddetto “sun-belt” (fascia solare). Dall’incidente di Chernobyl la sicurezza delle centrali è diventata uno dei principali aspetti critici del nucleare per uso civile. Anche se i nuovi sistemi di protezione escludono la possibilità che l’uomo provochi  un disastro con un suo errore, aleggia ancora parecchio scetticismo: un eventuale Homer Simpson comprometterebbe anche la più sicura di tutte le centrali e forse solo dopo un’ulteriore sciagura capiremmo che probabilmente sarebbe stato opportuno seguire le convinzioni di un nobel per la fisica come Rubbia, acerrimo  nemico dell’energia nucleare, piuttosto che voci di corridoio interessate che dipingono l’uranio come l’unica via percorribile. Nell’Italia di oggi di Homer Simpson ce ne sarebbero a bizzeffe, ma solo quello di Springfield riuscirebbe a porre rimedio ad un suo irreparabile disastro atomico.



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