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Migrare non è reato
Giulia Frumento | Diritti | 19 agosto 2010 alle 19:51:17

“Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.” Sembrerebbero le frasi scritte in questi giorni da qualche leader della destra xenofoba italiana, invece, sono parole provenienti dell’estratto di una relazione del 1912, a firma dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano, relativa agli immigrati italiani negli USA. Un’altra testimonianza, di quando gli immigrati “brutti, sporchi e cattivi” eravamo noi, e i nostri concittadini, trascinando i loro pochi averi, giungevano a Ellis Island, l’isolotto che fu la porta di ingresso in America per dodici milioni di immigrati.

In Italia sembra che la memoria storica di quella esperienza sia andata perduta, ostacolando di fatto l’integrazione dello “straniero”; ma un popolo stordito dalla tv, che non legge e non si informa, ignaro delle proprie radici e incattivito dalla crisi non sa accogliere gli altri, sa solo sfruttare, consumare e “vivere” nella paura. Sono molte le storie delle persone che vivono da anni nel nostro Paese, come per esempio Saliou Diasso, laureato in Economia e Commercio e residente da cinque anni in Italia, oppure Khalil, pizzaiolo marocchino arrivato qui quando aveva sedici anni. Storie, volti diversi accomunati dal fatto di appartenere a lavoratori che costituiscono il 10,9% del PIL di un paese dove non viene loro garantita neppure la cittadinanza. Sono proprio loro quelli che il governo dovrebbe ringraziare, in quanto in due milioni e mezzo svolgono tutte quelle professioni che gli Italiani hanno abbandonato.

Si deve pensare, poi, che in una nazione dove si registra il più alto tasso di anzianità d’Europa, sono stati gli immigrati ad incrementare il numero delle nascite di 460’000 unità: forze fresche che garantiscono un futuro al nostro mondo, riempiono le strade e i luoghi di lavoro e di svago, non ci lasciano soli. Eppure, sono state concesse loro solo 19266 cittadinanze, esattamente un terzo di quelle rilasciate dalla Spagna e un decimo rispetto alla Germania. In un momento di lucidità alcuni politici di entrambi gli schieramenti sembrano voler ovviare a tale ritardo, proponendo un aggiornamento della legge del 1992 sulla cittadinanza: la proposta Sarubbi-Granata prevede di dimezzare i tempi per ottenere la cittadinanza italiana, che attualmente corrispondono a non meno di dieci anni.

Questo decreto legge costituirebbe la certezza di trasformare la cittadinanza italiana in un diritto e in un atto ordinario di civiltà, anziché in una speciale concessione delle autorità amministrative, perché come è stato scritto in occasione del primo sciopero dei migranti di marzo: “Essere contro una società multiculturale e contro la prerogativa di integrazione è come vivere in Alaska ed essere contro la neve”.

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