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L'uomo, macchina o persona?
Raffaele Aldrigo | Società e Costume | 10 novembre 2011 alle 11:43:47
Nella società industrializzata e sempre più tecnologica, le macchine dotate di nuovi automatismi accolano gran parte dalla fatica fisica a cui in precedenza era sottoposto l'uomo.
Tutto ciò non basta però a liberare il lavoratore dalla condizioni di disagio e di malessere che gli impediscono di esprimere in modo autonomo e completo la propria personalità.
Nelle grandi fabbriche, dove funzionano le catene di montaggio, il lavoro diviso in tante unità separate prevede gesti meccanici semplici, ma specializzati: ciò determina un'attenzione concentrata e spesso logorante, mentre il tutto è finalizzato alla realizzazione di oggetti parziali, di cui spesso non si conosce né il significato né la funzione.
In questo contesto l'attività dell'operaio come quella del tecnico e dell'impiegato si svolge secondo le linee di una programmazione dall'alto, che è diretta soprattutto a una ricerca di profitto.
In altri termini, il lavoratore si sente estraneo (“alienato”) come dire, estromesso dalla vita comunitaria e dal controllo di quell'azienda di cui al contrario è una indispensabile forza costruttrice.
Un tale stato di cose si riflette anche sul carattere psicologico del lavoratore, che diventa indifferente, rassegnato e spesso conformista, desideroso di trovare rifugio e sfogo nella vita privata, soffocando a poco a poco gli stimoli migliori e le esigenze più vitali della propria personalità.
Solo prendendo coscienza di questa situazione, il lavoratore può rifiutarsi di essere un ingranaggio del processo produttivo per cercare un significato umano proprio servendosi dei vantaggi offerti dalla civiltà tecnologica.
La tecnologia deve essere vista come strumento al servizio dell'uomo per migliorare le condizioni di lavoro e di vita delle persone, ma l'uomo rischia di diventarne schiavo e questo è il vero pericolo.
In passato, quando i prodotti erano fatti a mano, per avere una buona produttività dei manufatti era indispensabile l'impiego di molta manodopera, ovvero più forza lavoro, che però non era in grado di garantire manifatture di buona qualità e quantità in tempi brevi come con l'utilizzo delle macchine.
Un esempio dell'automatismo del lavoro si trova nel film comico di Chaplin: “Tempi moderni”.
In questa pellicola, Charlot interpreta un operaio meccanico che lavora alla catena di montaggio, dove ad un ritmo sempre più sfrenato è costretto a stringere dei bulloni. I gesti ripetitivi e ossessionanti minano la ragione del povero operaio, che impazzisce e provoca numerosi danni all'interno della fabbrica, finendo poi per essere internato in una clinica per curare la propria salute fisica e mentale.
Il genio di Chaplin ci fa capire, con la sua ironia a volte esasperata, come l'uomo artefice del progresso tecnologico possa, a sua volta, diventarne vittima a causa di un uso smodato delle macchine che tendono sempre più ad annientarlo.
Purtroppo non c'è alcuna forma di autonomia e di liberazione per l'individuo che resta strumentalizzato dalle macchine, diventando l'oggetto e non il soggetto del sistema produttivo, ma soprattutto dimentica di essere una persona.
Questa concezione di vita, che rende l'uomo una macchina per produrre ottuso e insensibile ad altri valori è il rischio dell'attuale civiltà del benessere, strettamente legata ai criteri dell'economia consumistica.
Noi, uomini moderni, ci facciamo comandare dalle macchine subendo passivamente i vantaggi della tecnologia invece di trasformare questi vantaggi in una nuova occasione favorevole di progresso intellettuale e morale.



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