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Intervista a Marco Cattaneo
Andrea Quinci | Interviste | 11 novembre 2011 alle 13:58:09

Cari lettori, in questo numero del vostro giornale d’istituto intervisteremo una persona davvero importante: Marco Cattaneo, laureato in Fisica e divenuto, in giovane età, direttore di Le Scienze, edizione italiana di Scientific American, la più prestigiosa rivista di divulgazione scientifica internazionale. È, inoltre, direttore responsabile di National Geographic Italia da circa un anno.

Cominciamo con la prima domanda. Le è mai capitato di essere intervistato da un giornale d’istituto come il nostro? Cosa pensa del nome della nostra testata, il Farò del mio peggio News?

No, è la prima volta che vengo intervistato da un giornale scolastico, e penso sia un’esperienza interessante. Anche perché il nome della testata mi pare molto divertente, ironico. Anche se forse – ma dovrei chiederlo a voi – rivela qualche amarezza per il modo in cui i giovani sono considerati in questo paese. O forse sarebbe meglio dire “non considerati”, vista la situazione in cui versa l’Italia.

Passiamo ora a domande più concrete. Un po’ di tempo fa, più precisamente il 23 Settembre, il ministro Mariastella Gelmini ha emanato un comunicato stampa del Ministero col quale ha oscurato l’importanza di un esperimento che potrebbe “stravolgere” il mondo della fisica. Cosa ne pensa?

Ricordo bene quel comunicato, anche perché fui tra i primi a parlarne sul mio blog. Dopo le risate, naturalmente, anche lì è emersa l’amarezza. Perché il ministro e i suoi più stretti collaboratori dovrebbero almeno avere la capacità di informarsi, prima di fare comunicati che possono solo suscitare ilarità. È una questione non solo di immagine che si proietta all’esterno, ma anche di dimostrare di essere degni rappresentanti del ruolo istituzionale che si riveste.

 

Nella domanda di prima abbiamo voluto usare il termine “stravolgere”, che in realtà andrebbe usato con più cautela. Come pensa che possa cambiare il mondo della fisica questa sensazionale, per quanto non ancora confermata, scoperta?

Se fosse confermata la scoperta che i neutrini possono superare la velocità della luce non verrebbe stravolta la fisica che conosciamo. Ci sarebbe anzi molto lavoro per i teorici per individuare la natura di questo fenomeno e dunque cercare di inquadrarlo in una nuova cornice teorica, che continuerebbe a contemplare l’elettromagnetismo e la relatività ristretta come casi limite, ma amplierebbe la descrizione del mondo al nuovo fenomeno. Avremmo così una migliore conoscenza delle leggi della natura.

È mai capitato che, dopo l’uscita di un numero di Le Scienze, un organo ecclesiastico o governativo abbia criticato la vostra rivista, magari perché rivelava “scomode verità”?

Non mi pare abbiamo mai avuto critiche esplicite da organi ecclesiastici, ma sicuramente qualche malumore governativo lo abbiamo suscitato, soprattutto quando ci siamo occupati di politiche della scienza affrontando temi sui quali la politica non ha dato, almeno negli ultimi vent’anni, risposte soddisfacenti. Tuttavia, per nostra fortuna, l’autorevolezza della testata ha fatto sì che non fossimo mai coinvolti in polemiche di basso profilo politico.

Una domanda tecnica: come funziona il lavoro nella vostra Redazione?

Abbiamo una parte del giornale tradotta da Scientific American e una originale, direi equivalenti, come numero di pagine. Per la prima, diamo in traduzione gli articoli e poi impaginiamo e rivediamo le traduzioni, chiudendo i pezzi in pagina. Per la seconda, pianifichiamo con un paio di mesi di anticipo i contenuti di articoli e rubriche, affidiamo ai nostri collaboratori la stesura degli articoli e poi procediamo con la stessa lavorazione standard, in cui i redattori si dividono la fase di chiusura e correzione dei pezzi e poi a me spetta la lettura finale.

Nell’incontro A scuola con Galileo del 26 Ottobre, ci ha parlato dei suoi numerosi viaggi. Ce n’è uno in particolare che le fa piacere condividere con i nostri lettori?

Fortuna vuole che abbia viaggiato molto, e in molti paesi. Uno dei viaggi più affascinanti, e più pericolosi, che amo ricordare con piacere è stato il viaggio in Afghanistan del 2000. Sono andato nel paese con un volo delle Nazioni Unite per restare tre settimane nell’ospedale di Emergency nella valle del Panjsheer, e girare il nord del paese con i medici dell’associazione. Ne è uscita una mostra fotografica di cui sono stato molto fiero, ma soprattutto è stata un’esperienza umana molto formativa. Vivere anche per breve tempo in un paese in guerra, poter vedere da vicino le conseguenze di oltre vent’anni di conflitto, stare con chi è vittima di una carneficina quotidiana è stata forse l’emozione più forte di tutta la vita. E spero che continui ad accompagnarmi sempre, perché è anche un modo per misurarsi con se stessi e con la propria esistenza.

Qui finisce la nostra intervista, grazie per il tempo e la cortesia che ci ha dedicato. Speriamo di poterla incontrare un giorno, magari nel nostro istituto, chissà! Nel frattempo siamo convinti di averla torturata abbastanza. Le faremo avere una copia di questo numero! A presto e grazie ancora!

Quest'intervista è stata svolta nell'ambito del Festival della Scienza.

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