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Lo Specchio delle Erinni
Luca Demetrio | Racconti | 28 maggio 2012 alle 18:06:51

“Quanto vale la probabilità che, lanciando un dado a sei facce, esca il numero 7?”
La voce dell’uomo è flebile: un sussurro velato, contenuto, ma nel contempo rigido e spigoloso, che si propaga nella stanza vuota e spoglia. La luce lunare filtra dalle assi sconnesse che sbarrano le poche finestre della piccola camera.
“Un evento impossibile, potrei affermare. Che cosa ne pensi mia cara?”
Una ragazza è appoggiata con la schiena contro una di quelle pareti umide e sporche. Un piccolo luccichio si manifesta incerto alle sue spalle: è uno specchio, che riflette la poca luce che la luna manda in quel posto sperduto.
“Niente è impossibile, solo altamente improbabile, e tu dovresti saperlo molto bene. Perchè ci vuole poco a ottenere i risultati voluti.”
Un piccolo sorriso increspa il viso angelico di quella ragazza. Una modesta frangia le ricade sugli occhi, coprendoli parzialmente, nascondendo il loro colore ambrato. La pelle, delicata e pallida, tradisce con alcuni movimenti nervosi la sua inquietudine, una cieca e disperata paura, che nasce dal fondo del cuore, che non si può fermare in nessun modo.
“Non voglio violare le regole un’altra volta. Devo ricordarti che cos’è successo alcuni anni fa? Per poco non ci resto secca.”
Una risata contenuta echeggia nell’aria. L’uomo stava ridendo. Piccoli segni scuri rigano il suo viso, seguendo le linee della bocca, degli zigomi e degli occhi.
Il loro colore è incerto: come se l’ira dell’animo non sapesse se manifestarsi o meno, facendo così balenare quelle pupille da un rosso sangue ad un viola acceso, incessantemente.
“I giochi sono fatti per giocare, per rischiare. Non possiamo nasconderci per tutta la vita, prima o poi qualcosa di deve scommettere, non trovi? Non posso giocare da solo, e lo sai. Come sempre.”
La ragazza farfuglia qualcosa. Non sembra convinta da quei discorsi.
Silenzio. La luna paziente assiste alla discussione, notturna testimone di quel patto folle.
“Ma si può fare uscire 7 con il dado, mio caro, si può eccome. Nelle partite successive siamo arrivati fino al sei... potrebbe essere interessante sconvolgere un poco le regole, ma pur sempre pronti a pagarne le conseguenze.”
Un piccolo sorriso si apre sulle labbra di quell’incantevole ragazza. Una risata dolce e rassicurante riempe la stanza, incrinandosi in un suono isterico e perverso.
Non tutto ciò che luccica è oro.
“Mi hai convinta, sarò della partita, se non ti dispiace. Le regole sono sempre le stesse, solita formazione, solito modus operandi... ma ricorda che dobbiamo raggiungere un risultato mai osato.”
“Ne sono perfettamente a conoscenza. Non ho problemi ad accettare la situazione. Sigliamo il patto con una stretta di mano?”
Gli occhi dell’uomo cambiano in rosso violento, un rosso simile al sangue, rappreso per l’odio e l’ira. La sua mano rimane per aria per diversi secondi, senza che nessuno la stringa.
“Ne deduco che sei d’accordo.” La ragazza annuiva in silenzio, dallo specchio.
Una risata cupa esce da quella camera, da quella sudicia stanza, dimenticata dal mondo, mescolandosi con l’aria di quella notte d’estate, raggelando con la sua oscura perversità l’alba che, piano piano, aveva deciso di sorgere anche quel giorno.
 
Mi trovo in una radura verdeggiante e piena di sole. Il cielo cambia da giorno e notte, ogni istante, lasciandolo sorpreso da quello strano fenomeno. Nuvole iniziano ad ammassarsi in cielo, scure e pesanti. Osservo tutto questo e provo paura, soprattutto quando una bambola di pezza mi si avvicina e mi invita a correre, per evitare che il mare di magma mi incenerisca.
Il calore si sprigiona immediatamente: dietro me, un fiume rosso e fumante fluisce disperato per raggiungermi, come una mano protesa verso il mio corpo, pronto ad afferrarlo.
Sotto consiglio della marionetta, inizio a fuggire a perdifiato, cercando di lasciarmi alle spalle la valanga che mi insegue. Non mi volto nemmeno quando sento un urlo straziante proveniente dalla bambola: il calore la stava sciogliendo, distruggendo ogni dettaglio del suo viso vitreo senza vita. L’immagine della morte del pupazzo mi ferisce agli occhi, costringendomi a cadere.
Un ramo, spuntato dal terreno si attorciglia al suo ginocchio, bloccandolo.
Con il respiro affannato, cerco di rialzarsi, ma è troppo tardi: l’onda calda mi travolge, coprendomi con il suo manto cinereo e scottante.
Sento ogni poro della pelle bruciare, come se mi avessero dato fuoco.
Senza potermi muovere, inizio ad urlare, muovendo il cielo sopra la mia testa, mentre tutto inizia a sgretolarsi, lasciandomi solo dentro una bolla ustionante, che mi consuma lentamente.
Con un grido disperato, ritorno nel mondo dei vivi.
Mi guardo intorno: mi trovo in camera mia, senza alcuna bambola, senza il mare infuocato che mi assale. Solo, sveglio e coperto di sudore.
Le coperte sono riverse per terra, come mille fantasmi che hanno cessato di vivere una seconda volta.
Le avrò scalciate via io, nel sonno, tra i miei incubi ricorrenti.
Continuano ad affollare la mia mente, senza un motivo. Sono settimane che faccio gli stessi sogni, le stesse paure ad addormentarmi ogni volta, la stessa disperazione nel viverli, e sentirmi perso.
La mente torna lucida, poco a poco. Gli occhi si abituano al buio, concedendomi la pace agognata in quella afosa notte estiva. Osservo il muro: la finestra è aperta e spalancata, lasciando entrare la luce della luna, nel pieno della sua potenza. Una leggera brezza entra da essa, rinfrescando le pareti dalle mie urla. Tiro un sospiro di sollievo. L’incubo è terminato. Almeno per ora, o almeno per stanotte, spero. Mi alzo per andare a respirare quell’aria pura, quell’aria fresca di vita.
Mi affaccio alla finestra: un piccolo mare di luci è contrapposto al mare vero e proprio, che si staglia all’orizzonte. La città, vista da qui, sembra un formicaio, in piena attività, instancabile. Chiudo gli occhi, inspiro quella calma circostante e mi sembra di sentire una risata in lontananza. Sembra lieve e divertita, felice, piacevole da ascoltare. Cerco di prestare la massima attenzione, quando un gelo improvviso mi avvolge, con l’intensificarsi e l’incupirsi di quel suono, divenuto improvvisamente spaventoso. La paura provata per l’incubo torna possente come non mai, costringendomi a correre di nuovo a letto, a ficcarmi sotto le coperte e ripararmi sotto esse, cercando di cacciare via il freddo che mi attanaglia. La mente è un turbinio di immagini malevole, che mi scuotono con violenza. Cerco di chiudere gli occhi, e sperare di trovare un po’ di tranquillità.
Ma le palpebre si rifiutano di scendere, di farmi calare nel mondo dei sogni, di farmi vivere nuovamente quegli incubi che mi tolgono il sonno, la felicità e il riposo tanto agognato.
L’alba sta sorgendo, come un cammino di redenzione, cancellando in parte il gelo improvviso, riprendendo il controllo del giorno. Così la mia mente, così si libera da mille immagini spaventose. E i miei occhi trovano riposo nel buio.
 
La luce del giorno mi colpisce in pieno volto, facendomi svegliare dolcemente: la notte precedente sembra essere stata solo un brutto sogno. Apro gli occhi.
La camera è sempre la stessa, con i poster dei miei gruppi preferiti, sempre a fissarmi vuoti, ma pieni della loro musica. Sulla scrivania ci sono sempre le mie cose, i miei libri, il mio computer fisso. Tutto è stato un incubo. Mi alzo molto svogliatamente, e mi vesto con cura.
Non che abbia appuntamenti, ma non mi piace la fretta, né tanto meno sbrigare tutto e subito. I miei genitori saranno già andati a lavorare, anche se è estate hanno molti compiti da svolgere, mentre mia sorella starà ronfando come un ghiro. Dopo tutto sono solo le nove del mattino, conoscendola prima delle undici non si sveglia. Marta è una ragazza di quindici anni,due in meno di me. Ha chiari capelli biondi mossi, non troppo lunghi, mentre il colore degli occhi è identico per tutti e due: verde acceso. Mia sorella ha la grande passione per il mondo greco: pensa che la popolazione achea fosse la più evoluta di tutte. Ad essere sinceri, non ci vuole granché affinchè una società passata sia migliore di quella odierna.
Siamo molto uniti, specialmente nel periodo estivo, quando possiamo dedicarci alle nostre scorribande notturne. La nostra preferita è “L’Incursione”, e consiste nell’addentrarsi nella vecchia scuola abbandonata del paese. Si trova in periferia, con gli ingressi sbarrati e le finestre sprangate.
Nessuno mette piede in quell’edificio da quasi cinquant’anni. Entrare è molto semplice: le assi di legno inchiodate alle finestre sono ormai marce, e basta una piccola spinta per buttarle giù.
Ricordo che una volta avevo portato all’interno di quel mastodontico relitto un ragazzo che prendeva in giro Marta, e gli avevo raccontato che in realtà il palazzo non era una scuola, ma una prigione di anime, che aspettavano un nuovo corpo dove incarnarsi, dopo atroci sofferenze e mille orrende mutazioni. Ottimo deterrente per mantenere lontani gli intrusi dal nostro rifugio segreto.
Nemmeno i nostri genitori sanno di questo posto: è nostro, mio e di Marta, e nessuno ce lo porterà via. È anche l’unico luogo dove possiamo stare in pace quando i nostri litigano: le urla diventano insopportabili, gli insulti volano nell’aria. La prima volta che portai mia sorella in quella caverna delle meraviglie risale a circa a otto anni fa: i primi litigi, le prime parole grosse. Ricordo che quel giorno pioveva e che Marta piangeva a dirotto, e mi chiedeva perchè mamma e papà al posto che ridere come facevano un tempo, urlavano. Ricordo che mi si riempiva il cuore di tristezza a vederla così. Non potevo sopportarlo. Così mi armai di ombrello e, come due ladri, ci rifugiammo in quel palazzo antico. Nel corso del tempo, né io, né mia sorella perdemmo il vizio di tornare nella vecchia scuola abbandonata: è diventata la nostra seconda casa. Conosciamo ogni corridoio, ogni aula, ogni cassetto, ogni porta nascosta. Un re e una regina che si rispettino devono conoscere il proprio regno a menadito, a mio parere.
Entro in camera sua. Nessuna imposta è ancora aperta, come ogni volta, quella pigrona non alza mai un dito. Sorrido dolcemente mentre muovo i primi passi nella stanza. Nel buio scorgo una figura rannicchiata sul letto, che trema, come se fosse presa da un gelo improvviso.
Una sensazione di deja-vù mi passa per la testa, fulminea. Mi avvicino al materasso, mentre i miei occhi si abituano a quell’oscurità impalpabile. Sento il respiro di Marta, rapido e affannato.
“Mikrés1...?”
Ci chiamiamo spesso con nomi greci, per riconoscerci sempre all’entrata della scuola, per evitare intrusi.
“Marta...?” Continua a non rispondere. E continua a tremare. Nel mio animo inizia a farsi strada una strana sensazione, fastidiosa e al contempo dolorosa: la paura.
“Sorella stai bene?” Vedo i suoi occhi sbarrati, a fissare un punto della camera, vuoto. È come se fosse in trance. Senza pensarci due volte la afferro per le spalle e la chiamo nuovamente. Di colpo sbatte le palpebre e sussulta: stava sognando ad occhi aperti.
“Daniele! Dove... dove sono?”
Mi guarda smarrita, come se non mi riconoscesse. I tremori a poco a poco si placano. Posso tirare un sospiro di sollievo.
“Marta, stavi tremando come una foglia, avevi gli occhi sbarrati e fissavi il muro... è tutto a posto?”
Mi guarda senza capire.
“Hai fatto per caso un incubo?”
Nella mia mente si accende una scintilla, un presentimento.
“Se devo essere sincera, non è la prima volta che lo faccio...”
“E posso chiedere che cosa stavi sognando? Dai, ora è tutto passato... guarda!”
Corro verso la finestra e la spalanco, inondando di luce l’interno.
“Sono solo le nove del mattino megàli... uffa accidenti a te! Stavo dormendo così be...”
La vedo fermarsi con le parole. Qualcosa nel suo sguardo mi fa capire che c’è qualcosa che non va.
“Vabbè, non importa fratello.”
La vedo alzarsi dal letto e, dopo aver messo le ciabatte, si lancia verso il corridoio.
“Chi arriva ultimo in cucina mette a posto tutte e due le camereeee!”
“EHI! Non vale! Falsa partenza!”
Accidenti a lei. Mi ha fregato. Almeno posso pensare con calma. Non avevo mai visto mia sorella in quello stato. Mai vista con quello sguardo spaventato in quel modo.
Devo fare luce sul suo stato d’animo. Perchè il freddo che si era impadronito di lei era lo stesso che, durante la notte, mi aveva avvolto nella sua morsa letale.
Preso dai miei pensieri, sento mia sorella che urla e decanta la sua vittoria, gloriandosi come un atleta olimpionico.
Bene Daniele, ti attende una mattinata di pulizie.
 
#- - - Fine Prima Puntata - - -#
 
Mentre scendo in cucina, sento Marta canticchiare allegra: forse mi sono preoccupato per nulla, mi sono lasciato influenzare da uno stupido sogno ricorrente. Ma anche il suo lo è.
Continuo a rimuginare, mentre mi siedo e bevo il caffè latte, mentre mi lavo i denti e mentre mi concentro su analisi. Ma come fai a concentrarti se la tua mente è occupata da altro?
L’unica immagine che popola la mia testa è mia sorella, rannicchiata sul letto, che fissa il vuoto mentre trema. E non c’è verso di levarla dalla mente.
Di colpo, due mani veloci mi chiudono il quaderno di matematica sotto il naso.
“Che cosa ne dici di una gita nella vecchia scuola?”
La guardo per un momento: i miei occhi indugiano sui suoi. Non riesco a resistere quello sguardo di sfida e giocoso e finisco per accettare.
“Sapevo ti sarebbe andato a genio, megàli! Mi metto una tuta e sono pronta!”
Nemmeno il tempo di finire la frase che si trovava già in camera sua a cambiarsi.
Che energia, ragazzi. Sembra che si porti dietro una stazione di rifornimento viveri invisibile!
Noto come i suoi coetanei la guardino a bocca aperta ogni giorno che passa.
E ammetto di essere un po’ geloso di lei, perchè non voglio che le facciano nulla di male.
Pensare che quando l’estate scorsa aveva dato un bacio ad un ragazzino, ho preteso che mi informasse con chi usciva, quanto stava fuori, chi fosse lo spasimante in questione, dove abitasse e molto altro. La situazione è cambiata comunque. Ma solo un poco. Sono sempre il solito fratello gelosone dopotutto. Salgo in camera anche io a prendere le scarpe da ginnastica sgualcite e mi appresto ad uscire di casa.
Casa nostra si trova in collina, dalla quale è possibile osservare ogni movimento del paese.
Un sentiero erboso porta alla periferia, passando per il bosco, che conosciamo come le nostre tasche, battuto più e più volte in questi anni.
Quando esco, vedo Marta che corre spensierata nel bosco. Leggera come una farfalla, la guardo sorridere, ridendo tra me e me, pensando che ho un bel po’ di strada da fare per raggiungerla.
Il sole si staglia con imperiosità in cielo, donando all’aria un’afa opprimente.
Come faccia mia sorella a correre con questo caldo, mi chiedo. Sembra una gara podistica. Scatto anche io infine, ad inseguirla nel verde, come due bambini mai stanchi di giocare, come due amici inseparabili. La raggiungo a fatica, dimenticandomi ogni volta che lei è più agile di me nella corsa. Il colossale edificio si erge all’orizzonte, imponendosi al centro della radura. Le finestre sono tutte chiuse da assi di legno marce, che non lasciano respirare quella gigantesca bestia morta. Il tetto è squarciato, sventrato come la carcassa di un animale deceduto, mentre le pareti sono macchiate dall’umido e dall’edera, come tante piccole chiazze di sangue, sgorgate dal quel cadavere.
Sembra inospitale e non c’è luce al suo interno, se non quella poca naturale.
Ma è come se fosse la nostra seconda casa.
Quando arrivo davanti al portone di ingresso, lei è già all’opera per rimuovere chirurgicamente le assi che ne impediscono l’apertura. Sistemarle come si trovavano è molto semplice: basta farle aderire alle porzioni meno sudicie di legno, dove sembra che le intemperie del tempo abbiano causato meno danni del previsto. Mia sorella ha un futuro da Arsenio Lupin: è abilissima a forzare lucchetti e serrature. Dopo anni di pratica ha imparato come scardinare una porta: non avrebbe mai conosciuto il mondo se non fosse stato per la sua abilità. Dopo la nostra prima fuga, i nostri genitori ci chiusero nelle nostre stanze per due settimane. La serratura di camera mia era rotta, e nessuno se n’era accorto. Così potevo scivolare di notte davanti a camera di mia sorella, per parlarle a bassa voce. Ricordo anche quella sera in cui, dopo aver eluso ogni coprifuoco ero giunto davanti alla porta e, con mio stupore, avevo trovato Marta, che l’aveva aperta con una forcina. Quando l’intelligenza femminile batte uno a zero quella maschile.
“Caspita, sei stata più veloce del solito!”
Marta si gira e mi guarda con sguardo autocelebrativo.
“Un gioco da ragazzi...”
“Prima le signore....”
Indico l’entrata con l’indice: più che ingresso potrei chiamarlo buco. Mia sorella ci si infila per prima, con agilità. Io la seguo, senza la sua grazia ovviamente, e varco quella soglia spettrale, sparendo tra le ombre silenziose di quel posto. All’interno, un alone di polvere galleggia nell’aria, segno che nessuno oltre a noi era entrato in quel posto. Il rifugio era ancora di nostra proprietà. Le porte delle aule sono chiuse, come sepolcri millenari, contenenti tesori dal valore incalcolabile.
In fondo al corridoio ci sono le scale per i piani superiori. L’edificio ha complessivamente quattro piani, di cui solo tre dotati di aule. Nell’ultimo ci sono i ripostigli vari, con i laboratori tutte le strumentazioni. Il cielo si osserva benissimo da lassù: il tetto non esiste praticamente più, lasciando un cratere sopra le teste dei visitatori di quella tomba.
Ma senza dubbio, il piano più affascinante è il terzo: le aule sono grandi e spaziose, arricchite da elementi architettonici bizzarri, come colonne al centro di alcune classi, capitelli dorici e ionici, mobili antichi ridotti ormai a segatura e molto altro. Ma è anche il più misterioso: c’è una stanza, senza banchi, ornata soltanto da specchi che la circondano completamente. Al centro di essa si trova un tavolino, in perfette condizioni. La stanza ha una finestra sola, sbarrata da travi di legno marce, e lascia filtrare pochissima luce. Sia io che mia sorella ci siamo sempre interrogati sull’utilità di quel luogo. Forse era un laboratorio di fisica per studiare la rifrazione o la riflessione della luce, o altro legato a quest'ultima. Ma nessuno strumento sembra essere adatto a quegli scopi.
La stanza degli specchi è un vero enigma.
Marta allora si è inventata un sacco di storie di paura che riguarda quel luogo.
Quella che mi fa più paura è “Lo Specchio delle Erinni”.
Le Erinni sono creature infernali che tormentano l’animo degli omicidi, dei ladri di ogni peccatore. Sono note anche come Furie, e sono Tesifone, la punitrice, Megera, l'odio e Aletto, il turbamento. Nessuno può scampare alla loro ira. Le uniche che possono contrastarle sono le Eumenidi: al contrario delle Erinni, portano pace e benevolenza.
Secondo mia sorella, ogni notte le Furie si riuniscono nella sala degli specchi per decidere chi tormentare, assumendo oltre la superficie riflettente l’aspetto delle Eumenidi.
Dove c’è Dannazione c’è anche Salvezza, afferma.
Infatti, chi viene ossessionato dalla punizione, pensa di avere intorno a sé il premio, poichè il loro vero aspetto è rivelato solo in presenza di specchi.
Tutto questo giro di parole per dire che non esiste un’eterna pena ma neanche un infinito sollievo: i due si mischiano, fino a diventare inconfondibili.
Ma la frode è sempre in agguato, ed è proprio questo che mi spaventa del racconto.
“Daniele a che cosa pensi?”
Di colpo mi riprendo dai miei pensieri, con un sobbalzo. Entrare in quella stanza enigmatica mi mette sempre molta ansia, soprattutto quando un giorno di alcuni anni fa, mi era sembrato di scorgere un clown con la faccia dipinta di nero e rosso che mi osservava in silenzio, con i suoi occhi sbarrati e il suo sorriso malevolo. Mi era anche parso che tendesse una mano verso di me: questa usciva dallo specchio, mettendo in risalto i suoi guanti bianchi e bucati, colmati dalle sue unghie nere. Dal suo sorriso scivolava un rivolo rosso acceso, che piano piano tingeva tutti gli specchi di sangue. Ricordo di essere fuggito spaventato dalla stanza, urlando come un ossesso. Al tempo Marta aveva dieci anni, e avendo udito il baccano era andata a controllare di persona. Io le coprivo le spalle, in caso quel mostro fosse tornato alla carica. Ma entrando in quella camera, ogni specchio era tornato brillante come un diamante, e del pagliaccio nessuna traccia.
Figurarsi come mia sorella mi abbia preso in giro per un mese intero. Ma da quel momento ho sempre preferito tenermi alla larga da quella stanza.
“Oggi ho voglia di esplorare ancora questo posto, sebbene lo conosca come le mie tasche. Non aspettarmi perchè ho voglia di andare sola.”
Mi sorride per un frazione di secondo, prima di sparire su per le scale, fino a non sentire più i suoi passi sul legno.
Mi trovo solo con me stesso, a pensare e rielaborare i miei pensieri.
Questo posto è davvero una casa per noi.
Ma ammetto che mi incute ancora soggezione, specialmente quando cala la notte, e ogni luce si spegne. Non ho mai portato una torcia, pensavo non mi sarebbe mai stata utile.
L’unica occasione in quale poteva servirmi a qualcosa non l’avevo tra le mani.
Marta era scivolata e, cadendo aveva aperto uno squarcio sotto il legno marcio, trovandosi a penzoloni al piano di sotto. Tutto questo ovviamente di notte. Ricordo che, dopo averla tirata su a fatica, la mia testa era stata attraversata da una risata femminile, molto acuta e sinistra, che si prendeva gioco di me. Subito pensai che fosse stata mia sorella, ma quella sera nessuno aveva accennato ad un sorriso, solo lacrime di paura.
Ma sono solo coincidenze, dettate dall’ambiguità di quel posto, dalle sue ombre e dal suo passato oscuro. Mi addentro in quella foresta notturna ed entro in un’aula a caso. La lavagna è completamente nera, senza alcun segno bianco di gesso. I banchi sono ancora disposti in file più o meno ordinate, ma nemmeno su questi il tempo si è scordato di lasciare segni: sembrano tante marionette esauste che si reggono in piedi con il proprio scheletro di metallo.
Mi dirigo verso un armadietto. La serratura è rotta, e le ante giacciono aperte, senza alcuna forza.
Dentro ci sono ancora libri ammuffiti e gialli, squadre, righelli e penne rotte. Tutta la struttura sembra un museo. Sto per andarmene quando un insignificante particolare cattura la mia attenzione.
All’interno del mobile, su uno scaffale vuoto c’è un dado a sei facce. Fin qui niente di strano. Ma è perfettamente pulito, non ha alcun graffio e sembra appena uscito dalla fabbrica. Il cubo è di un colore argenteo, mentre i puntini che indicano i numeri sono rossi vermiglio. Non lo avevo mai notato prima.
Lo prendo in mano e noto che al contatto è freddo come il ghiaccio. Stupidamente lo lancio su un banco. Il dado rotola su se stesso più volte, incerto sul risultato.
E con mio stupore, il cubo argentato non si ferma.
Continua a vorticare su uno dei suoi spigoli, senza mai toccare con una faccia la superficie lignea della piccola scrivania di studio. D’un tratto sento un respiro sul collo: freddo e affannato.
Prima di girarmi, una goccia di sudore fredda scende dalla mia fronte.
Lentamente mi volto.
Il buio mi si para davanti agli occhi. Di fronte a me non c’è anima viva.
“Marta? Sei tu?”
Le mie parole cadono nell’aria. Alzo gli occhi verso la stanza: non c’è alcun segno, alcuna scritta sulla lavagna, alcun banco spostato.
Poso nuovamente lo sguardo sul dado.
Il cubo argentato non era più sul tavolo, né nei dintorni.
Devo essermi sognato tutto. Sarà lo stress di questa notte. Ma quell’oggetto era reale, ne sono certo!
Oppure sto sognando ancora e tutte queste visioni e sensazioni fallaci non sono altro che un illusione. Una risata perversa si propaga nella mia mente come un’onda nel mare, facendo tremare tutto quanto intorno a me. Scivolo sulle ginocchia, prendendomi la testa tra le mani, come per poter arginare quel suono terribile, quella cacofonia cinica, che rimbomba nella mia testa, facendomi credere che possa scoppiare da un momento all’altro.
Mentre gocce fredde scendono lungo tutto il corpo, i miei occhi cadono nel buio, come un arrampicatore senza appigli. Prima di svenire, intravedo nelle ombre un uomo che mi fissa con i suoi occhi rossi porpora.
E ride del mio dolore, muovendo i suoi zigomi colorati di rosso e nero.
Poi il buio.
 
#- - - Fine Seconda Puntata - - -#
 
Sono su una nave pirata, immersa nel nero e nella nebbia della notte, che viaggia veloce in un mare vermiglio piatto e senza onde. In lontananza il sole sorge e si oscura, man mano che sale in cielo, gettando nelle ombre più tenebrose l’intero paesaggio.
L’equipaggio della nave è composto da fantasmi che si spengono lentamente, come tante piccole lanterne funebri che nessuno si preoccupa di riaccendere.
Rimango solo, mentre dal mare emerge uno scoglio appuntito, che apre le sue fauci ed inghiotte la nave. Il veliero procede all’interno del mostro, guidandomi come un bambino che scopre il mondo. Mentre scendo, la barca si trasforma in una ragazza dai capelli dai capelli ambrati e dallo sguardo dolce, che mi prende per mano mi guida nelle viscere di quell’essere. Insieme osserviamo cadaveri appesi alle pareti spigolose e rocciose, che perdono sangue e un fluido azzurro dal petto: l’anima.
Mentre l’acqua inizia a riempire la caverna, la ragazza apre le ali da angelo e, sempre tenendomi mi porta verso l’alto, verso il cielo azzurro che si apre sopra le nostre teste. Sento l’aria sferzarmi il volto, sento il terreno mancarmi sotto i piedi. In un baleno mi fa sedere su una nuvola, davanti alla luna. Poi mi bacia le labbra, facendomi assaporare ogni attimo di quel contatto. Ma, all’improvviso, sento una spinta all’altezza del petto. Apro gli occhi: sto cadendo dal cielo, aumentando la velocità sempre più. Sento i miei arti infiammarsi per l’attrito e urlo con tutto il fiato che ho in gola, mentre il viso dell’angelo si trasforma con una smorfia nel volto di un pagliaccio, che piange lacrime nere come il suo animo e ride della mia dannazione.
Mi sveglio di soprassalto. Per un attimo mi sembra di essere ancora intrappolato nell’incubo, per un momento l’immagine del clown mi passa davanti agli occhi con forte realismo, prima di sparire tra la nebbia della memoria. Sono riverso sul pavimento sporco della scuola. L’armadietto è ancora aperto, le ante sono immobili, nella posizione in cui le avevo lasciate. Sopra il banco c’è il dado argentato: è fermo e mostra la faccia con il numero sei.
A fatica provo a rialzarmi, sentendo un grande dolore alla gamba destra: alzando i pantaloni posso scorgere un livido violaceo. Mi sento confuso: potrei giurare di aver visto un uomo, che rideva mentre svenivo. Possibile che mi sia immaginato tutto?
Facendomi forza con le braccia, mi appoggio al banco e risalgo da terra, come uno straccio. Il cubo sembra osservarmi maligno. Lo tocco con le dita. Non è più gelido come il ghiaccio. Al contrario emana un tepore tiepido, come se fosse appena stato stretto da qualcuno.
Osservo il terreno: tra due assi di legno c’è un buco di modeste dimensioni: è probabile che abbia inciampato e che abbia fatto un incubo dopo l’altro. La tensione mi sta giocando brutti scherzi, evidentemente. Forse per oggi è meglio uscire da questo posto e tornare a casa, a sopportare le urla dei genitori. Sento che quel posto mi fa mancare l’aria, come se un sacchetto di plastica si fosse stretto intorno alla mia testa. Giro il volto verso la porta: è aperta, come se mi invitasse ad andarmene. Quasi ipnotizzato, mi dirigo all’esterno dell’aula e, senza deviare il percorso, salgo le scale, fino al terzo piano. In fondo al corridoio scorgo la stanza che tanto mi aveva spaventato.
Sento un piacevole sussurro che si propaga nella mia mente, come un dolce profumo che contagia l’aria, inebriandola della sua essenza. Passo dopo passo mi avvicino a quel caleidoscopio di cemento e specchi, mentre la maniglia della stanza si abbassa lentamente, aprendo con un cigolio tetro l’uscio dell’aula. All’interno posso scorgere solo il buio: nessun riflesso, nessuna indicazione, nessuno al suo interno. Mancano pochi metri prima di immettermi in quella penombra opprimente. Noto che una mano bianca e candida come la neve si protende dall’oscurità con timidezza, e mi invita ad entrare. Alzo le dita, cercando di sfiorare quell’apparizione così benevola, così lucente. Al tocco, la pelle è fredda come il ghiaccio, ma invitante come un abbraccio. Con un piede oltrepasso lo stipite della porta, portandomi alle labbra quella mano così candida.
“Daniele, che cosa stai facendo?”
La voce di mia sorella mi fa sobbalzare. Apro gli occhi. La porta è chiusa e io mi trovo a metà del corridoio, immobile con una mano alzata alla bocca.
“Mi hai sentito? Che cosa stai facendo? È mezz’ora che tento di svegliarti da quel tuo stato catatonico in cui ti trovavi... va tutto bene?”
La guardo stupefatto: l’immagine di quella apparizione celestiale mi brucia nella mente come fuoco vivo. Marta mi squadra dal basso senza dire una parola. Poi mi prende per un braccio e mi trascina dentro l’aula più vicina e mi fa sedere. Il mio sguardo è ancora perso nel vuoto.
“È da mezz’ora che ti cerco... dove diamine eri finito?”
La guardo sorpreso. Di colpo la trance che mi aveva avvolto svanisce e ricordo il clown, il sogno, la mano dall’oscurità, il freddo,il dolore alla testa...
“Possibile che continui ad incantarti?”
Mia sorella mi stava osservando preoccupata: mi ero di nuovo perso nei miei pensieri.
“Scusa Marta... stanotte ho fatto un incubo e continua a tornarmi davanti agli occhi... dimmi tutto...”
Di sicuro non l’ho convinta: mi squadra da testa a piedi, fissandomi a lungo.
“Volevo parlarti di quello che è successo stamattina, fratello.”
Il ricordo di lei, rannicchiata sul letto con gli occhi sbarrati mi colpisce come un pugno nello stomaco. Un presentimento sale lento sulla schiena, pronto a balzare come un ragno fastidioso nella mia mente.
“Che cosa è successo? Nel senso... che incubo hai fatto?”
La vedo sospirare. Sembra che prenda le forze.
“Daniele, fosse stato solo uno mi sarei messa il cuore in pace.”
La guardo, perplesso. Marta è una ragazza forte, lo è sempre stata. Vederla in quello stato, così angosciato e timoroso, è per me qualcosa di nuovo.
E per niente rassicurante.
“Questa notte non mi sono svegliata una sola volta.”
Fino a qui niente di strano, direi.
“Nel senso che non mi è stato concesso.”
Pronuncia le ultime parole come se fossero le arcane scritture di un mito decaduto.
“In che senso, scusa?”
Guardo il mio volto riflesso nei suoi occhi, sull’orlo delle lacrime. Altro pugno nello stomaco.
“Ci ho provato ma... non ce la facevo!”
Le prime lacrime le rigano il volto lentamente. Mi alzo e la stringo tra le braccia, per cercare di infonderle un po’ di amore fraterno, per darle del sostegno.
“Marta, calmati... ora è passato. Ma... non devi tenerti tutto dentro. Rischi di scoppiare sennò. Forza, ora fai un bel respiro e sciogli i nodi che hai nel cuore. Dai!”
Le rivolgo il sorriso più ridente possibile. Con un fazzoletto le asciugo le lacrime e le faccio una carezza al viso: non posso permettermi che mia sorella sia in questo stato.
“Va... va bene. Megàli, ti avverto che sono solo incubi. Anche se sono dannatamente reali. Non mi sono potuta svegliare neanche una volta perchè... un pagliaccio, con il volto scuro e gli occhi rossi e viola mi persuadeva a non farlo. Le sue parole erano dolci come il miele... o era una ragazza dai capelli ambrati? Non lo ricordo con precisione... Daniele mi ascolti?”
Sì che la stavo ascoltando. Ma all’udire quelle parole, quelle descrizioni...
La mia pelle era sbiancata violentemente. La testa girava vorticosa.
“Daniele...? Sei bianco come un cencio... sei sicuro che vuoi che continui?”
Con un gesto pietoso della mano le indico di proseguire.
“Va bene... dunque dicevo...? Ah sì! Mi persuadeva a non svegliarmi e continuare a camminare per un tunnel, con molteplici diramazioni.
Ogni volta ne prendevo una diversa, sperando fosse l’uscita, accompagnata da quell’essere strano.
E ogni svincolo corrispondeva ad un incubo, da cui non potevo svegliarmi. Per fortuna non li ricordo tutti. Ma due mi tormentano senza tregua. Sei sicuro che vuoi che te li racconti?”
Annuisco senza sicurezza. Il presentimento di prima si fortifica, scendendo al cuore questa volta, pronto ad iniettare il suo veleno nell’animo.
“Come vuoi... allora... il primo è molto più irreale. Mi trovo in un posto senza coordinate, senza punti di riferimento. Poi arriva il giorno, mostrando un prato verdeggiante e lussureggiante. La notte però vuole la sua parte, così è un ciclo senza fine di luce e ombra. Ad un certo punto mi volto e vedo un volto familiare. Mi avvicino. Sei tu Daniele. Anche tu stai assistendo a quello spettacolo strano. Ma non mi riconosci. Anzi, sembri più grande, più alto, come se fossi una piccola bambola e vedessi il mondo da una prospettiva diversa. Poi sento un’esplosione. Ti chiedo che cosa sia ma tu non rispondi. Allora scruto l’orizzonte e noto un mare di magma incandescente che si avvicina. Con tutte le forze urlo di scappare e tento la fuga, sebbene inutile. Dopo pochi istanti osservo i miei arti carbonizzarsi sotto quella marea distruttiva. Disperata chiamo il tuo nome, ma non c’eri già più.
Mi sveglia una ragazza dagli occhi color ambra, come i capelli. Mi fa cenno di seguirla. Il fuoco ed il prato erano svaniti. Il mio corpo era di nuovo intero. Mi porta davanti ad una porta.
Sopra c’è scritto “Destino”. La apre e la chiude dietro di me.
Dentro è buio. Poi, una a una mille lampadine si accendono. Vedo dall’alto la vecchia scuola e casa nostra. Ad un certo punto scorgo un uomo, vestito di scuro, con la faccia dipinta: è il clown che mi impediva di svegliarmi ogni volta. Si muove lentamente nella radura. Intanto mi osserva dal basso, e mi sorride con falsa cordialità. Poi distoglie lo sguardo e riprende il suo percorso.
Con orrore vedo che è diretto verso casa. Inizio ad urlargli di non fare del male a nessuno, di andarsene via. Poi tocca con un dito un muro dell’edificio, provocando una scintilla scura.
In pochi attimi, il cielo viene coperto da una cappa nera e densa, sprigionata da fiamme altissime ed inarrestabili. In pochi attimi la nostra abitazione brucia, portandosi via tutto quello che conteneva, comprese le vite dei suoi abitanti. A questo punto tutto tornava scuro, lasciandomi sola a me stessa.
E lì sei arrivato tu, il vero Daniele, il mio vero fratello e non quello del sogno che non mi riconosceva. Questo è quanto.”
Il colorito della mia pelle tradisce l’espressione vuota del mio volto. Abbiamo fatto lo stesso incubo. Almeno, il primo. Si dice se un sogno viene fatto da due persone contemporaneamente, esso si avvera. La vedo difficile che si avvenga una cosa simile, magari è un’allegoria per esprimere qualcos' altro. Oppure è un preludio al secondo.
Il presentimento mi morde il cuore con tutta la violenza.
“Marta, ho fatto lo stesso incubo, almeno il primo che mi hai descritto.”
Mi guarda perplessa. I nostri sguardi si studiano per diversi secondi, senza capirsi a vicenda.
La marea ci ha travolto entrambi... che cosa potrebbe significare? Non ne ho idea, per ora. Non riesco a ragionare a mente occupata da altri pensieri. Devo fare un po’ di spazio per il ragionamento.
“Daniele, sono stati incubi... per quanto strano sia può essere solo una coincidenza.”
No, a parer mio non lo è per nulla. Perchè è pressoché impossibile che accada un fatto del genere.
Tuttavia... chi mi dice che è del tutto improbabile. Mi giro un attimo verso la parete della stanza: una finestra marcia e sprangata malamente da alcune assi si contrappone tra me ed il cielo.
Ma l’azzurro è perfettamente visibile. E non solo quello. Una piccola scia nera taglia in due quell’orizzonte perfetto. È fumo, denso e scuro.
“Marta, vieni un attimo a vedere...”
Senza girarmi le faccio segno di avvicinarsi. Mia sorella si alza svogliata e si avvicina alla finestra.
Per alcuni secondi rimaniamo a contemplare quel fenomeno particolare, senza il coraggio di guardarci negli occhi.
“Muoviti Daniele.”
Mi volto, e vedo la porta aperta, con il solo sottofondo dei suoi passi che si susseguono disperati uno dopo l’altro. Quando la raggiungo il mio cuore si ferma per un secondo: la nube nera si erge con maestosa forza nel cielo. Le fiamme alte dominano macabre quel lugubre scenario.
Di casa nostra non rimane altro che un mucchio di cenere, portando nell’Averneo tutto ciò che conteneva.
 
#- - - Fine Terza Puntata - - -#
 
Sento le sterpaglie scricchiolare sotto i miei passi veloci e precipitosi. Il fumo sale a spirali dense e nere come la notte, nel cielo soleggiato di quel pomeriggio.
Non riesco a tenere il passo di Marta: intravederla nella radura è diventato impossibile.
Dentro di me il cuore martella come un ossesso, come se volesse uscire con rabbia e scappare da quella prigione di ossa e carne. Ansante percorro a ritroso il sentiero che conduce alla vecchia scuola, fino a casa. O meglio, quello che fino a pochi istanti prima era casa nostra.
In lontananza si sentono le sirene dei pompieri: qualcuno li deve aver avvisati.
Finalmente raggiungo mia sorella: è in ginocchio, davanti alle fiamme. Non una lacrima sgorga dal suo viso, non un sentimento trapela dal suo sguardo. Sembrava una statua di marmo, ferma e immobile come la roccia.
Ansimando ancora per la corsa cado inevitabilmente vicino a lei, distrutto. Il fuoco aveva divorato tutto: dell’edificio non ne rimaneva nulla, se non il cemento nero ed i pilastri portanti. Tutto il resto era cenere. Sembra un incubo. Così improvviso, così assassino.
Le fiamme lambiscono quelle mura in cui siamo stati chiusi per tanto tempo, tra le urla dei nostri genitori. Le lacrime sgorgano per il fumo ardente. Non provo assolutamente nulla, niente di niente. Sto osservando un incendio, l’annichilazione dei miei ricordi, l’annientamento di ogni cosa che mi fosse mai appartenuta. Tutto in fumo, un nero fumo che dilania il cielo come un sorriso malevolo.
Osservo Marta: non c’è dolore, nè tristezza. Ed è questo che mi preoccupa.
Sul suo volto non leggo nulla.
Il pensiero che comunque non vedremo più i nostri genitori mi pesa come un macigno sulla schiena: sebbene non volessi loro bene per le loro litigate e per i loro conflitti, sebbene mi sia allontanato da loro il più possibile, mi mancano. Anche se non condividevo neanche un loro pensiero, la loro perdita mi ha sconvolto, lasciandomi nell’angoscia.
“Marta...”
Non si volta neppure. Il colore dei suoi occhi si era spento a poco a poco, così come il colorito della pelle le era venuto a mancare. In una manciata di secondi era già svenuta.
Il primo getto d’acqua colpisce le fiamme inutilmente. I pompieri tentano di spegnere quella torcia morta, che brucia fino a consumarsi. Nuovi getti colpiscono la casa, poi due, tre, quattro, fino a domare quella belva. Senza rendermene conto mi ritrovo in piedi.
Non ascolto le parole dei soccorritori che irrompono nell’edificio per cercare sopravvissuti. Svicolo al mare di braccia che tenta di fermarmi mentre entro nella casa carbonizzata, correndo al suo interno, volando verso la cucina. Il fumo era ancora denso come la pece nella camera. Non vedevo ad un palmo dal naso. La testa vortica sempre più velocemente. Muovo ancora gli ultimi passi, impotente di fronte al mondo intorno. Prima di crollare al suolo, intravedo due figure immobili che mi osservano, sedute al tavolo, piangendo lacrime amare.
“Perdonaci...”
 
Nessun sogno si affaccia nella mia mente. Soltanto un’immagine: mi trovo in camera mia, tappezzata dalle fiamme. Marta è seduta tranquilla, mentre tutto intorno a noi va a fuoco. E anche la luce del giorno viene divorata da questa belva insaziabile, che non ci tocca, ma cambia tutto ciò che sta intorno a noi.
Alcuni buffetti mi svegliano dal mio stato: un pompiere dalla faccia adirata mi stava bagnando il viso e teneva premuta una mascherina sul mio viso.
“C’è mancato poco che non morissi soffocato. Ma che cosa ti è saltato in mente giovanotto?”
Senza rispondergli mi guardo in giro: Marta era accanto a me, addormentata. Nei miei occhi cresce la paura.
“Tranquillo, è solo svenuta. Non ha riportato alcun trauma. Nemmeno intossicata di tanto così.” Osservo la sua pelle pallida e mi chiedo se mai l’avessi vista in quello stato: bianca come un morto, forse perchè una parte di lei era morta. Ma come si può restare vivi, o almeno riabilitarsi dopo questo fatto?
Mi giro di nuovo verso il pompiere. Stava parlando con un suo collega. Entrambi scuotevano la testa, ad ogni frase. Non c’era bisogno di sapere di che cosa stessero parlando, era immaginabile. Accortosi del fatto che lo stessi fissando, torna sui suoi passi e si accovaccia dove son sdraiato.
E per un attimo mi pare di scorgere la faccia del pagliaccio dagli occhi porpora, che mi osserva e ride della mia disgrazia, della mia situazione e della mia vita.
Cerco di saltare all’indietro ma la persona mi blocca: era di nuovo il mio salvatore, senza più le fattezze del clown.
“Hai visto uno spettro? Sei sbiancato come un morto! Non ti faccio mica del male!”
Forse sono un morto.
“Scusi, non... non sono riuscito a trattenermi...”
“Comprensibile. Ora sta vicino a quella ragazza mentre sistemiamo le ultime cose, ok?”
Con un sorriso amichevole si allontana di nuovo.
Mi volto verso mia sorella. Con le dita le sfioro la mano, per cercare di stabilire un contatto.
Dall’altra parte del filo sento un movimento: sento la sua stretta e il suo abbraccio.
Sento il suo cuore martellargli nel petto.
E sento le sue lacrime, scorrere lente sul suo viso, bagnando l’erba di un pianto triste e doloroso, come mai l’avevo sentita.
 
Dopo gli accertamenti in ospedale ne esco sano come un pesce, ma con il morale a terra.
Ma durane la notte mi ero promesso una cosa: sarei dovuto essere forte abbastanza per sostenere mia sorella, dovesse essere l’ultima cosa che faccio. La parte più difficile è stata quando i medici hanno dovuto confermarmi la morte dei miei genitori. Ho perso una parte della mia anima, sebbene nascosta da un odio apparente e fittizio.
Marta non ha riportato alcun tipo di trauma, a parte quello psicologico: non pronuncia più un’acca neanche a pagarla. Manca anche a me la forza di parlare, ma devo fare lo sforzo di farlo, di sostenere il peso per entrambi, alleviando quello di mia sorella.
Non siamo maggiorenni, quindi molto probabilmente verremo affidati a qualche zio o parente. Pensandoci bene, zii non ne abbiamo, nè da parte di madre nè di padre. I nonni abitano dall’altra parte del paese, quindi presto dovremo raccogliere le nostre poche cose e partire.
Ma forse c’è ancora un po’ di tempo, prima di dire addio a casa nostra.
Per fortuna nella vecchia scuola abbiamo sempre conservato alcuni zaini, due sacchi a pelo, qualche coperta e qualche indumento. Come prima azione penso di portar in quel posto Marta, dove possa stare tranquilla e dove nessuno possa nuocerle. È sempre stata la nostra casa. Lo sarà anche adesso.
Mentre osservo le macerie di casa mia con una fitta al cuore, un piccolo oggetto sul pavimento nero cattura la mia attenzione. Una spilla. Mi accovaccio sul terreno e la osservo: è colorata di un rosso acceso e vivace. La prendo tra le dita: al contatto è calda, forse a causa del sole che ha battuto per tutto il giorno su quella tomba.
“La mia spilla! Ecco dov’era finita! Grazie infinite!”
Una voce sconosciuta mi prende alle spalle.
Di scatto mi giro. Una ragazza dai capelli chiarissimi mi stava osservando.
Rimango colpito dalla sua bellezza quasi innaturale: le ciocche le scendevano quasi fino alla vita, mentre gli occhi ardevano di un colore ambrato intenso.
“Scusa, sono una sfacciata... so come ti puoi sentire, ho perso anche io i miei genitori... mi dispiace, sul serio.”
Una fitta mi colpisce lo stomaco. Stavo per vomitare.
“Forse ti chiedi che cosa ci faccio qui e chi sono. Ne hai tutte le ragioni del mondo per saperlo.
Mi chiamo Speranza. Tu devi essere Daniele, vero?”
Mi aveva radiografato da testa a piedi, e in più ci aveva azzeccato su ogni cosa.
“Non c’è bisogno che tu dica nulla... soltanto contemplare in silenzio. Se vuoi ti lascio solo ora... ero venuta a cercare la mia spilla. Regalo dei miei genitori... non volevo perderla. Perchè sono convinta che grazie a questa siano sempre con me, fisicamente dico. Come sia finita qui non te lo so dire. Magari passeggiando nei giorni scorsi... ma non importa. Ora l’ho trovata di nuovo. E tu? Hai qualcosa che ti leghi ai tuoi?”
La saliva mi si era asciugata nel palato, sia perchè non avevo voglia di parlare, sia perchè non ne avevo avuto il tempo, sia perchè non avevo parole in quel momento.
E anche perchè non avevo mai visto nulla di così bello. I brutti ricordi mi trascinano nuovamente a terra con violenza. Però quella ragazza era riuscita con poche parole a distogliermi dai problemi che mi circondano.
“Hai detto di chiamarti Speranza?”
 
Le ultime ore sono proprio volate, senza che io avessi potuto fare qualcosa per rendermene conto.
Speranza mi ammaliava con la sua voce e con la sua dolcezza. Ogni cosa che raccontava di sè rimaneva marchiata a fuoco nella mia mente.
C’era qualcosa in lei che mi stordisce: non ho detto una sola parola da quando ha iniziato a parlare. Non perchè non sapessi che cosa dire ma perchè mi sono mancati i vocaboli.
O forse perchè non riesco a toglierle gli occhi di dosso. La sua bellezza supera qualsiasi cosa che io avessi mai visto prima. E avevo dimenticato tutto il resto.
Di colpo un lampo attraversa la mia testa: Mia sorella Marta.
“Speranza, ti va di fare due passi? Voglio arti conoscere una persona.”
Mi guarda curiosa e allo stesso tempo pronta a quella richiesta. Forse, ma credo solo sia una mia impressione, attendeva proprio questo momento, perchè i suoi occhi ambrati si erano illuminati di colpo.
“Davvero? Sono felice! Se hai persone intorno che ti sorreggono puoi uscire più facilmente dal buco in cui si è caduti. E se questa persona ti è particolarmente cara sarà ancora più semplice. Chi è, se posso chiedere?” Un sorriso mi si apre sul volto. Istintivamente la prendo per mano e la guido tra i sentieri erbosi del bosco, spalancando a questa sconosciuta le porte del mio mondo.
Al contatto la sua mano è fredda come il ghiaccio, ma sembra gradire quel contatto così improvviso.
Mentre la Luna illumina i prati e le vette degli alberi, la vecchia scuola si erge come un cumulo di macerie, oscurando tutto il resto con la sua possenza. Prima di varcare la soglia sudicia mi giro verso la ragazza.
“Questo è un posto sacro per me e per la persona che voglio farti conoscere. Non dovrai rivelare a nessuno che ci sei stata nè tanto meno i segreti custoditi al suo interno. Promesso?”
Speranza mi guarda con visibile entusiasmo.
“Giuro solennemente di non spifferare emeriti e tali segreti di stato.”
“Più che una promessa sembra un solenne giuramento.”
“Perchè, qual’è la differenza?” Mi fermo un secondo a soppesare quelle parole. Poi con un cenno mentale scaccio via i pensieri e la introduco nell’edificio.
Dalle finestre sprangate non filtrava neanche un barlume di luce lunare. Le candele in corridoio donano una parvenza sinistra alle pareti e ai muri sporchi. Per ora nessuna traccia di Marta, chissà dove si sarà rintanata. Le mostro le aule, una per una, parlando come se fosse un sepolcro abbandonato da millenni. Poi, salite le scale del primo piano il giro scolastico ricomincia daccapo, e così via fino al terzo.
“Daniele, che cosa c’è in fondo al corridoio? Non mi hai fatto vedere...”
Speranza mi guardava con curiosità crescente: il posto doveva piacerle parecchio. Ma non volevo mostrarle la stanza con gli specchi. Ma è l’unico posto dove non ho ancora controllato. Marta sembrava essere sparita. Intuendo le ombre del mio sguardo, la ragazza mi guarda negli occhi.
“Daniele, dov’è quella persona che mi vorresti far conoscere? Sembra che qui non ci sia...”
Prima che possa aggiungere altro, un gemito straziato riempe l’aria con il suo dolore: proviene dalla stanza maledetta. Subito corro verso la porta e cerco di aprirla, ma essa sembra bloccata da non so quale forza. Nella mia anima una certezza era nata, nemmeno un presentimento, perchè quella voce la conosco da quindici anni.
 
#- - - Fine Quarta Puntata - - -#
 
Con tutte le mie forze spalanco la porta. All’interno della stanza il silenzio più assoluto. Non riusco a distinguere nulla, se non il riflesso delle tremolanti luci del corridoio riflesse negli specchi. Per fortuna non mi separo mai dalla mia torcia tascabile.
Tremante la accendo.
Marta è seduta su una poltrona, apparentemente addormentata. Le braccia pendono dai braccioli inermi. La testa è poggiata su un lato, priva di sensi. Accorro subito e giro la sedia verso di me.
Quel suo sguardo vuoto mi trapassa da parte a parte, facendomi cadere in ginocchio per terra. Lacrime gelate le rigavano il volto, umide lacrime mute, contenenti tutto il suo dolore.
Era suo, il gemito udito precedentemente.
Un sorriso le è stampato in faccia.
Sembra una bambola di pezza, dagli occhi spenti e vitrei.
Le prendo la mano tra le mie e la stringo: fredda come il ghiaccio. Sembra non sentire nulla. Poi provo a chiamare il suo nome più volte, ma le sue orecchie non percepiscono alcun suono.
E se fosse...
“Megali!”
Sento le sue braccia che mi abbracciano forte forte, e il respiro affannato.
Trema. Il suo cuore è a mille, e piano piano recupera calore.
“Marta ma che cosa...?”
Mi guarda smarrita, per un interminabile secondo. Poi respira profondamente e sorride placida.
“Scusa, mi ero assopita e ho fatto un incubo... è tutto ok, veramente.”
L’incendio l’ha distrutta, e lo riesco ad intuire. Mia sorella è sempre stata forte, ma percepisco le crepe della sua maschera di diamante. La tengo stretta a me e la prendo in braccio. Con calma esco da quella stanza maledetta e chiudo la porta dietro le mie spalle.
E mi accorgo solo ora che Speranza non aveva mosso neanche un passo da quando ero entrato con furia nella camera. Per un istante i nostri sguardi si incrociano.
E l’espressione sul suo volto è indecifrabile.
Cancello dalla mia mente quei pensieri per farne spazio ad altri.
Marta aveva aperto bocca. Subito non ci avevo fatto caso, ma forse significa che il blocco le stava passando. Non passa mai del tutto una sciagura, persiste nei nostri cuori e li tormenta senza fine.
“Stai meglio ora?”
Mia sorella mi osserva un attimo, poi annuisce. Ha gli occhi gonfi dalle lacrime.
Sembra però stare molto molto meglio.
“Tu sei Marta...?”
Speranza stava parlando da dietro la mia schiena. La ragazza dai capelli ambrati le si avvicina e le prende la mano con dolcezza, come per farle capire che si può fidare di lei.
“Sono Speranza, una ragazza che abita qui da poco. Ho conosciuto tuo fratello e ha insistito per farmi incontrare una persona molto speciale per lui. Sei tu vero?”
La sua voce era angelica, lucente e dolce come il miele. Non c’era alcuna sfumatura di quella musica che non ispirasse pace o tranquillità.
Per alcuni istanti le due ragazze si studiano, cercando di valicare quello specchio che era l’aspetto esteriore.
“Piacere di conoscerti Speranza. Sono Marta la sorella di Daniele... di sicuro ti avrà già rintronato di chiacchiere.”
Risate dolci muovono l’aria. Si stavano facendo beffe di me. Sento la pelle avvampare di un colore rosso acceso. Ma, nonostante tutto scoppio a ridere anche io.
E non c’è nessun tono amaro in questa liberazione.
Dopo aver portato in spalla Marta fino al primo piano, iniziamo a sistemare i sacchi a pelo per la prima notte. Apro un armadio e tiro giù dalle mensole coperte, cuscini e lenzuola. Tutto l’occorrente per una sana dormita. Mentre mi muovo indaffarato, noto che le due ragazze avevano già fatto amicizia. Meglio così. Speranza sembra proprio un dono del cielo. Grazie a lei mia sorella sembra essersi aperta di nuovo al mondo esterno. Si sono sistemate vicino ad una lavagna dell’aula e giocano a chi disegna meglio la prima cosa che capita in mente.
Peccato che a Marta vengano in mente solo statue greche come il Discobolo o divinità come Zeus. Ma Speranza sembra avere idee diverse. Le uniche figure che imprime con il gesso sulla superficie nera sono angeli e demoni, che escono dallo spazio bidimensionale con una forza strepitosa.
E con una realtà da far impallidire chiunque.
Le facce dei diavoli guardano torve quelle angeliche dei messi celesti. La tensione è palpabile, percepibile soltanto osservando le figure nella loro macabra danza intorno al fulcro dell’opera: un dado. Mi sembra di averlo già visto, quell’oggetto.
Sembra il dado argenteo freddo come il ghiaccio. Mi torna in mente il pagliaccio nero, quella terribile visione che ha condizionato i miei incubi di questi giorni.
Cancello dalla mente tutti i miei pensieri e mi decido a sistemare ogni cosa per la notte. Potrei preparare qualche tramezzino con il pane che teniamo nella cantina, al riparo dal calore e dai topi. È una fortuna che ci sia un ambiente così pulito nella vecchia scuola, l’unico in cui possiamo tenere delle cibarie a breve termine di scadenza. Sento lo stomaco reclamare la propria parte: forse è meglio mettere qualcosina sotto i denti dato che non ho toccato cibo da stamattina. Mi avvio verso la dispensa, separandomi dalle voci dolci delle ragazze, inoltrandomi nel pieno silenzio della notte. Accendo una candela e mi faccio strada, mentre i miei occhi si abituano alla penombra.
La cantina si trova al primo piano, scendendo una decina di gradini sotto terra.
È un luogo come un altro, anonimo, senza alcun segno distintivo. A parer mio, la nomina a sala del cibo è troppo ambiziosa per una stanza del genere.
Comunque apro con noia la porta di legno cigolante e con la candela illumino i gradini che scendono verso il basso. Il buio è più fitto e denso, come una coltre impenetrabile di fumo, spesso e nero. Avanzo con fatica in quella dannata assenza di luce e arrivo all’entrata dell’angusta dispensa. Sporgo la cera illuminata sull’uscio e intravedo in lontananza alcune sacche di cibarie.
Poso la candela sul tavolino al centro della stanza e protendo le dita nel buio.
Prima di rendermi conto che la luce dietro di me si era spenta, una mano fredda come il ghiaccio mi afferra il polso improvvisamente.
Frastornato cerco la torcia nella tasca, mentre un sorriso rosso come il sangue si apre nell’oscurità, irradiando con quella luce lugubre tutto intorno a sé.
“Puoi scappare finchè vuoi, ma presto tutto ti cadrà addosso come un peso insostenibile. Ormai il dado è stato lanciato, e il risultato è già stato deciso, Daniele...”
Mentre la stretta si fa ancora più glaciale, sento un bruciore alla mano serrata: sento un formicolio sul palmo, fino ad avvertire un forte dolore. Con mio tremendo orrore vedo scintillare diverse gocce di sangue dalle mie stesse dita, che strisciano sulla mia pelle come serpenti velenosi.
Non avevo alcuna ferita.
La risata del pagliaccio accende una luce davanti al suo volto, malvagio come l’Inferno stesso.
Le linee che coprono in suo volto sono nere come la sua anima. Gli occhi cangianti dal viola al rosso mostrano la sua ira incontenibile.
Sento la lingua seccarmi nel palato, così come ogni parola mi viene meno.
Se quell’essere voleva spaventarmi ci sta riuscendo alla grande.
“Li vedi questi? Sono le tracce delle Erinni, delle Furie infernali che perseguitano i peccatori. E tu che cosa sei? Un buono o un pravo? Non serve che tu parli, lo farà la tua stessa anima.
Ricorda, dove c’è Salvezza c’è anche Dannazione. È questione di tempo prima che tu faccia un passo falso e finisca dritto dritto al mio cospetto...”
Sento il calore tornarmi al polso. La mano era sparita. Il clown non era più lì con me.
Allucinazione? Spero proprio di sì. Mi osservo la mano destra e sento una goccia di sudore scendere lenta dal collo.
Sul palmo della mano avevo impresso, con il mio stesso sangue, il simbolo della fine: l’omega.
In greco questo simbolo identifica la fine dell’alfabeto.
Allegoricamente anche la fine di tutto.
Mi guardo intorno, perso nei miei pensieri e nelle mie paure: l’immagine del pagliaccio brucia nella mia mente come una foresta in fiamme. Questo posto, che per molto tempo è stata la mia casa sembra iniziare a rivoltarsi contro di me.
Ma che cosa significavano quelle parole? È stato tutto vero, ne sono certo. Devo solo capirne il significato. Prendo velocemente dalla dispensa alcuni viveri e corro via da quel luogo buio e tetro. Ad ogni angolo mi pare di vedere gli occhi rossi che mi seguono, fissandomi con sguardo assassino. Man mano che percorro la strada del ritorno, emergo dall’oscurità, fino ad affacciarmi sulla porta dell’aula dove si trovano le ragazze.
Le trovo intente ancora a disegnare con i gessi.
“Ragazze, ho portato le cibarie...”
Speranza si volta e mi osserva con i suoi occhi ambrati.
“Mangiate pure voi, io non ho fame, grazie lo stesso del pensiero Daniele.”
Mi sorride gentile, e poi completa la sua opera alla lavagna. Quando si distanzia per permettermi di valutarla, la sacca con il cibo mi cade di mano.
Sulla superficie nera era impresso un volto, scuro come la notte e spaventoso come un incubo.
La ragazza mi fissa, con sorriso enigmatico, come se stesse aspettando una mia reazione.
Marta mi osserva vacillare, e cerca di sorreggermi quando le gambe mi cedono improvvisamente.
Mi siedo su un banco e inspiro profondamente. Istintivamente guardo il segno sulla mano.
L’omega fiammeggia scarlatta, come un monito silenzioso.
Alzo la testa, e incrocio lo sguardo terribile
 

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