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La cultura delle identità plurali
Alessia Parodi | Società e Costume | 14 ottobre 2012 alle 16:18:50

Siamo italiani e probabilmente non sappiamo nemmeno cosa voglia dire. Siamo italiani eppure la maggior parte di noi non sa nemmeno cos'ha fatto Garibaldi, quando è avvenuta l'Unità d'Italia oppure quando è stata stilata la Costituzione. Malgrado questo sappiamo perfettamente distinguere chi è italiano da chi non lo è, chi è straniero. «Il tuo Cristo è ebreo. La tua macchina è giapponese. La tua pizza è italiana. La tua democrazia greca. Il tuo caffè brasiliano. La tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è uno straniero».

Ci inventiamo un nemico comune per nascondere fragilità e paura. In realtà siamo solo capaci di un individualismo sterile. Più ci sentiamo soli e più ci aggrappiamo a idee astratte e vaghe come l'identità. Ma cos'è veramente l'Identità?

 

Un'identità nazionale è sempre un processo di costruzione, lungo, elaborato e mai finito, che deve avere radici robuste nel passato, forza nel presente, fiducia nel futuro.

 

Per la costruzione e la definizione dell'identità è necessario anche il  confronto con il passato. Vi è stato un tempo della nostra storia, dal 1796 al 1870 circa, nel quale molti italiani non hanno avuto paura della libertà, l’hanno cercata ed hanno dato la vita per lasciarla in eredità ai loro figli. E’ stato il tempo del Risorgimento quando la libertà significava sentirsi partecipi di una Italia comune, non dell’Italia dei sette Stati, ostili tra loro e strettamente sorvegliati da potenze straniere. La conquista della libertà “italiana” è stata la rivendicazione dell’unità culturale, storica, ideale di un popolo per secoli separato e l’affermazione della sua indipendenza politica.

La Repubblica italiana di cui oggi facciamo parte è nata dalla lotta contro il fascismo. È il frutto della battaglia portata avanti dalla Resistenza; migliaia di persone sono morte lottando per la libertà, per la giustizia, per l'uguaglianza: il modo migliore per ricordarle è difendere quello per cui hanno dato la vita.

Il fatto che la Costituzione neghi la ricostituzione del disciolto partito fascista impone ai vivi di assegnare un significato diverso ai morti dei due schieramenti. Il valore pubblico, storico, civile di una scelta non può essere considerato indifferente. L'onore rivolto a quegli ideali si attua innanzitutto conservandoli nella carta costituzionale, la carta di identità di un popolo che si riconosce come comunità solidale.

 

“L'identità germoglia sulle tombe delle comunità”. È quando la comunità crolla che viene inventata l'identità.

 

Onorare il passato significa, nel presente, costruire un'identità aperta, inclusiva, in perenne divenire che poggi sui solidi pilastri  dei Princìpi e delle Libertà condivisi nella Costituzione.

Ci sono due logiche in gioco: quella della dipendenza e quella della libertà. La logica della libertà consente di vedere le cose da un punto di vista originale, esplora nuove direzioni e favorisce l'accrescimento della persona. L'identità aperta è una conquista culturale progressiva e libera che consente di allargare gli orizzonti, non di restringerli. L'identità aperta aggiunge e non sottrae; aggiunge modi di essere, passioni sostenute da competenza, nuove esplorazioni.

La pluralità delle differenze costituisce la realtà, che è una casa aperta. È un approccio che consente di non focalizzare tutto sulla differenza (identità bloccata), che risulterebbe così isolata e totalizzante; se l'identità si chiude nella specificità della propria differenza, viviamo in una continua dipendenza, in una realtà drogata e autoreferenziale.

Questo è il nazionalismo, un sentimento che può portare alle derive dell'isterismo collettivo e ai più pericolosi eccessi. Il nazionalismo esige che la comunità non evolva (identità bloccata), non aggiunga (identità chiusa). La purezza è l'unico ingrediente che non dovrebbe mai entrare nella composizione del concetto di identità. Hitler, che era un nostalgico di questa famosa purezza della razza, perpetrò il più grande genocidio della storia. Essere identici? No, essere unici! Identità significa pensarsi uguali a qualcun altro, ma essere unici al tempo stesso. La nostra identità sta in questa diversità, in questa unicità.

 

Un'identità è qualcosa che dà e riceve, nulla è cristallizzato, definitivo.

 

La storia va avanti e chi arriva affianca chi c'era in un nuovo percorso. Le nostre stesse identità sono caratterizzate storicamente da un contesto di mescolanza culturale e dunque di meticciamento. Ed è proprio questa la nostra porta sul futuro: il “metissage culturale di massa”, processo di mescolanza e di scambio sempre più frequente e ravvicinato fra le culture, garantisce la continua evoluzione dell'identità. Non esistono culture che non siano ibride, tutta la modernità lo è! Non esiste nemmeno un'identità come essenza originaria e monolitica, essa è sempre un costrutto culturale, un processo aperto all'incontro allo scambio e alla contaminazione.

Stiamo assistendo alla nascita di una nuova identità “meticcia”  di migrazione, dove l'appartenenza è di natura trasversale. Si tratta di concepire un altro tipo di appartenenza, più globale e personale, meno legato a ciò che è materiale.

 

 “L'ibridazione è necessaria ed è l'interfaccia del pluralismo”, è una possibilità ed è positiva in quanto produce novità.

 

In quest'ottica il migrante diventa il miglior testimone e il miglior narratore dei nostri tempi. Migrazioni, esili e diaspore offrono l'humus dolorosamente fertile per la revisione del concetto di identità a radice unica.

Spesso un aspetto che accomuna i migranti è la perdita e la ricerca di una nuova identità. Non si tratta soltanto di una questione burocratica, di dati personali che mutano, ma di una ricerca da parte dello “straniero” di un nuovo modo di essere che gli permetta di riconoscersi e di farsi riconoscere. L’uomo necessita di relazioni con l’ambiente e con altri uomini, con una lingua e con una storia comune per trovare una definizione di sé, una propria identità.

L’esperienza migratoria produce una destrutturazione della personalità, sempre dolorosa, a volte traumatica, e la ricerca di una nuova identità avviene con fatica. Lo straniero manifesta soprattutto il bisogno dell’inserimento. Il percorso di inserimento spesso è irto di difficoltà. Non dobbiamo dimenticare che, in genere, la radicalizzazione dell’identità culturale originaria è proporzionale alle difficoltà e ai rifiuti che si frappongono all’inserimento. Infatti, man mano che l’immigrato si inserisce, acquisisce una nuova identità che non è necessariamente la copia di quella del paese d’accoglienza, ma neppure il simulacro di quella del paese di origine.

 

 Gli immigrati non sono stranieri, anzi, sono una risorsa indispensabile per la società.

 

La sfida dei giorni nostri è quella di uscire dalla prigionia nazionalista (identità chiusa) attraverso l'accettazione della logica della libertà (identità aperta) e la scoperta delle identità plurali.

 

Alessia Parodi

 

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