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Romanticismo will never die
Davide Carnevale | Rubriche | 22 ottobre 2012 alle 14:53:10

“La miglior arte nasce dalla sofferenza e dal dolore”. Il Romanticismo è il primo movimento artistico -letterario a rispecchiarsi pienamente in questa frase stupenda. Il Romantico è il poeta, genio e ribelle, quell’individuo che sprezzante della mediocrità non accetta le regole, i costumi e i dogmi imposti dalla società ribellandosi, destinato in partenza alla solitudine, a una visione malinconica della vita o all’”autodistruzione” come si può intravedere nel verso di Foscolo: «Avverso al mondo, avversi a me gli eventi».

 

I romantici sono inevitabilmente attratti dall’oltranza, dall’infinito, da ciò che sta al di là, lontano, irraggiungibile; e proprio questa sua irraggiungibilità che è tanto cara al romantico.

D’altro canto, se fosse facile ottenerlo cosa ci sarebbe, per l’appunto, di romantico?

E allora si tuffano, essendone attirati, in una ricerca compulsiva e ansiosa dettata da un’aspirazione struggente e insoddisfatta (Sehnsucht), che spesso li porta a vivere di conseguenza una vita all’ultimo respiro, come Alfieri, in un continuo viaggio, non di piacere, bensì di tormentata ricerca interiore.

Nei romantici (Alfieri, Foscolo, Byron, ecc), infatti, vita e opere non sono separate. Più che dalla fantasia le loro creazioni provengono dalle sensate esperienze: si riconoscono nei personaggi creati, vivono all’ultimo sospiro senza pianificare nulla, abbracciando la completa irrazionalità, per noi, follia, puro genio per loro.

 

Il Romanticismo non si limita ai versi dei poeti o all’olio su tela dei pittori, è una scelta di vita, un movimento filosofico la cui prima cifra è il conflitto, la seconda il rifiuto.

Conflitto e rifiuto, questo è il titanismo romantico.

Una condizione letteraria ed esistenziale (nell’antichità i titani sfidavano gli dei) che riassume il rifiuto della società e pertanto il conflitto con essa. Una guerra, individuale e assoluta, del genio ribelle contro la tirannide di uno o dei tanti, comporta la simpatia verso il nobile fuorilegge, il tirannicida, l’esule o il suicida nell’ estrema affermazione di sé.

Il dipinto “Il viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friedrich rappresenta l’uomo-titano che si erge contro tutto e tutti, coprendo addirittura la natura sublime: due grandezze assolute si confrontano.

 

Il Romanticismo capovolge i canoni di bellezza, al posto dell’armonia mette il sublime: la dismisura, la grandezza assoluta, l’infinito, la passione e il sentimento portati all’estremo.

Si può notare in «Tempesta» di Heine: «il turbine infuria/ e l’onde percuote,/ e l’onde, schiumanti di rabbia,/ s’ impennano e s’ergono/ in cumuli enormi, e le liquide/ e bianche montagne/ ondeggiano vive,/ e la piccola nave la supera, a fatica,/ poi d’un tratto precipita nel fondo/della nera voragine di flutti,/ che enorme laggiù si spalanca». Versi che paiono  la descrizione di un quadro di Turner.

Il sublime. I romantici lo intravedono nella notte, nel buio e nelle tenebre che fanno apparire aspetti del mondo, nascosti dal sole: una “simbologia dell’oscuro”, un’atmosfera sinistra e lugubre in cui si delinea l’inconscio di Freud, il lato sconosciuto e nascosto dell’ inquieto artista moderno. E prima della conferma scientifica di Freud si spingono a dargli forma e colore con Füssli (“Incubo”).

 

Trovo che le radici più profonde del Romanticismo si siano tramandate in una serie di metamorfosi, giungendo sino a noi tramite quei poeti-maledetti, che coniugano la metrica della poesia con una chitarra e la loro voce.

 

Trovo romantici gli animi di Kurt Cobain, Bob Marley, Sid Vicious, Jim Morrison ecc. che si sono espressi in un ciclo di autodistruzione senza ritorno.

Inadatti a questo mondo e quindi titani assoluti. Reietti dalla società. Inquieti per natura. Ribelli. Sognatori.

Cosa aggiungere? Forse meno “grande fratello” e un po’ più di romanticismo ci farebbe solo bene, ragazzi.

 

Davide Carnevale

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