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Inettitudine: debolezza o punto di forza?
Serena Cerruti | 16 agosto 2010 alle 09:36:10

Il ‘900 italiano si apre con Italo Svevo, figura di spicco che presenta un personaggio completamente nuovo,  l’inetto, il quale rivoluziona la produzione letteraria di tutto il secolo. A partire dall’epica fino al romanzo dell’800, infatti, la letteratura era popolata di eroi valorosi che trascorrevano tutta la loro vita passando di avventura in avventura e incarnavano gli ideali e i valori di tutto un popolo. Questi eroi erano forti, coraggiosi, belli e carismatici. In contrasto con tale tradizione, Svevo introduce la figura dell’antieroe riscattando l’uomo normale con tutti i suoi difetti, problemi e indecisioni.

La società, in seguito alla rivoluzione industriale, richiede all’individuo un estremo efficientismo e un’integrazione “meccanica” nel sistema, non lasciando alcuno spazio alla riflessione personale. L’inetto è fondamentalmente adatto a tale vita: dotato di una coscienza ipertrofica, egli tende a pensare molto e ad abbandonarsi agli ozi letterari, trascurando la parte attiva della sua vita e trovandosi così destinato a vivere come eterno spettatore. In “Una vita”, primo romanzo di Svevo, questo aspetto dell’inettitudine è molto chiaro nel protagonista Alfonso Nitti, il quale non riesce ad applicarsi al lavoro, che vede come una noiosa imposizione, mentre sogna di scrivere una grande opera filosofica, che però si rivelerà incapace di portare a termine. Altra caratteristica tipica dell’inetto è quella dell’onnipotenza onirica: in questa dimensione l’inetto ha la capacità di compiere qualunque impresa, da quella letteraria a quella amorosa. Secondo la critica letteraria psicoanalitica al centro della malattia dell’inetto c’è il rapporto problematico con le donne. Egli infatti non ha superato il complesso di Edipo, vale a dire non è riuscito ad uccidere fantasmaticamente il padre per ottenere il “possesso” della madre. La donna rimane oggetto del padre, il quale per contrasto è un uomo forte, adatto a vivere, che ha successo nella vita (spesso è un borghese) e con le donne, sulle quali detiene il controllo. Il figlio inetto non potrà mai amare una donna completa, ma a pezzettini (di qualcuna ama gli stivaletti, di altre i seni, ecc.). Tragicamente incapace di stabilire una relazione amorosa completa con l’altro sesso, desidera tutte le donne, ma in realtà nessuna davvero. Zeno stesso, protagonista del terzo romanzo, confida al medico: “Una non mi bastava e molte neppure. Le desideravo tutte. Per istrada la mia agitazione era enorme: come passavano, le  donne erano mie. Le squadravo con insolenza per il bisogno di sentirmi brutale. Nel mio pensiero le spogliavo, lasciando loro solo gli stivaletti me le recavo nelle braccia e le lasciavo solo quando ero ben certo di conoscerle tutte”. Quando l’inetto poi riesce a sposarsi, la moglie incarna solo la componente materna (passiva): per una relazione che coinvolga la genialità del rapporto amoroso e garantisca l’infrazione del tabù edipico, egli ha bisogno di una moglie-amante. Il complesso edipico irrisolto si traduce anche in una continua reiterazione della sfida col padre, che si rivela essere infelicitante, perché il figlio ne esce sempre inevitabilmente sconfitto. Zeno è in continua rivalità col padre: fuma non per piacere, ma contro la figura paterna, che invece trova nel fumo appagamento; ruba al padre sigari e soldi per le sigarette, il che a livello fantasmatico significa un tentativo di impossessarsi degli attributi del padre per indebolirlo. Tale situazione raggiunge dimensioni tragiche con la morte del padre, perché venendo egli a mancare, lo sfidante rimane inchiodato nella sua inettitudine, senza alcuna possibilità di riscatto. Alla morte del padre l’inetto Zeno piange, ma non si tratta di un pianto normale.

Le lacrime sono esagerate, perché il figlio sente il disperato bisogno di nascondere il suo senso di colpa, dal momento che ha sempre desiderato quel decesso. Tale processo di innocentizzazione si coniuga anche alla profusione di dimostrazioni d’affetto, infantile tentativo di mascherare la propria colpevolezza. Dopo la perdita del rivale per antonomasia, l’inetto deve crearne altri per reiterare la sua sfida, in modo da riscattarsi dalla sua condizione di perdente. Zeno trova l’incarnazione del padre nel medico, da cui è terrorizzato, specialmente quando è senza occhiali, poiché l’occhio che non vede la realtà indaga nel profondo dell’anima, avendo dunque la possibilità di percepire le sue pulsioni omicide. Ci sono anche altre figure maschili,    uali Guido Speyer e Malfenti (suocero), per le quali Zeno si profonde in dichiarazioni di amicizia, sempre, però, con l’intento inconscio di “coprire” sensi di colpa per gli omicidi fantasmatici, ossia desiderati nel profondo. Proprio per questo suo atteggiamento, l’inetto sveviano e in particolare il personaggio di Zeno è stato definito dalla critica un “killer dolcissimo”. Alla fine del capolavoro di  Svevo, è l’inetto ad avere la meglio. Egli non si toglie più la vita, come in “Una vita”, e neanche il suicidio si traduce su una immagine speculare (la sorella di Emilio), come in “Senilità”, ma esce trionfatore. Tutti i rivali, uno dopo l’altro, muoiono, mentre Zeno può dichiararsi contento della malattia, che si è rivelata essere un’autentica risorsa di saggezza, la carta vincente che lo ha salvato dalla sorte toccata ai vari “padri”.

8589 visualizzazioni | 1 commenti | |
12 novembre 2013 alle 09:43:49

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