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Immigrazione in aumento
Davide Malagamba | 16 agosto 2010 alle 09:42:02

La rapida crescita della popolazione mondiale ha rappresentato una costante degli ultimi anni e lo sarà anche per  i prossimi trenta, nel 2025 la quota sarà di 8,5 miliardi. Si stima comunque che globalmente i tassi di crescita più rapidi si registreranno nei Paesi più poveri (l'aumento maggiore si registrerà in Africa dove dai 640 milioni di persone del 1990 si passerà ai 1500 milioni nel 2025). La crescita demografica di per sé non è la causa principale delle migrazioni. E’ piuttosto, il perdurare della situazione di squilibrio (economico, sociale, ecologico, politico) tra i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, sommato alla crescita demografica, a favorire le migrazioni. Le tendenze migratorie raddoppieranno nell'arco dei prossimi due o tre decenni. L'esodo comincia nel cuore del Paese. La decisione matura nella disperazione di giovani che hanno una qualche istruzione e non vedono un futuro. Nasce nella periferia delle città , si nutre delle speranze che i media europei suscitano involontariamente ,“Europa vuol dire vita senza miseria”. Le giovani generazioni non sono più disposte a sopportare una vita senza opportunità. Un'Europa che invecchia è, a lungo termine, un'Europa che muore. Incoraggiare la natalità non basterà a frenare il movimento: quando la fiducia nel  futuro è scarsa, la ripresa è lenta. La soluzione principale resta, comunque, l'immigrazione. Dobbiamo perciò spazzar via i vecchi timori e concepire una politica dell'immigrazione positiva.

Giocare in difesa, quando si tratta di immigrazione, non funziona più; la prima cosa da sapere è che il nostro è un futuro da continente di immigrazione, dobbiamo essere coscienti che nessuna politica sarà in grado di fermare i flussi migratori. Un esempio è quello americano. Intorno alla metà del diciannovesimo secolo gli Stati Uniti aprirono le frontiere e registrarono, da quel momento, una crescita demografica ed economica senza precedenti, che li portò a surclassare, in termini di ricchezza prodotta, Paesi più conservatori e chiusi all’immigrazione come l’Australia. Più di 6 milioni di cittadini statunitensi, nell’ultimo censimento del 2002, si sono dichiarati discendenti «da più di una razza», facendo un breve calcolo si capisce che sul territorio americano si contano 123 diverse etnie e saranno il triplo nel 2050, fino a rappresentare oltre la metà di tutta la popolazione fra cento anni. Inoltre, da quando la Corte suprema, nel 1967, liberalizzò le unioni miste, il numero di matrimoni tra diverse etnie è salito del 1000%. Anche sul piano elettorale, gli Usa sono avanti a noi, come si possono dimenticare le ultime elezioni californiane che hanno visto la vittoria di Schwarzenegger, uno che trenta anni fa arrivò in USA da immigrato? Da osservare anche la scheda elettorale stampata in 7 lingue diverse, mentre qui in Italia si discute ancora se dare il voto agli immigrati. In Europa il problema dell'immigrazione è stato ridotto, ma mai veramente affrontato; ci siamo limitati al disprezzo degli scafisti, al rimpianto dei naufragi delle «carrette del mare», alla discussione sulle condizioni nei centri di accoglienza. E’ venuta così a crearsi una sorta di alibi morale per non affrontare il nocciolo della questione che sta nella diversità di reddito tra l'Africa e l'Europa. Troppo a lungo si sono trascurate queste cause. “Ai tassi di crescita attuale, non bastano trecento anni perché il reddito medio per abitante dei Paesi dell'Africa sub-sahariana raggiunga l'attuale reddito medio per abitante dell'Europa Occidentale” (M. Deraglio).

A questo punto proviamo a metterci nei panni di un capofamiglia di uno di questi Paesi afflitti da carestie, AIDS e guerre civili, quanti di noi non metterebbero a rischio la propria vita per riuscire a introdursi su una «carretta del mare» o, magari, in un container diretto a un porto europeo, nella speranza di procurarsi un futuro migliore. Il problema dell’immigrazione si può risolvere solo imitando l’esempio americano, senza rimanere inattivi di fronte ad un problema che aumenta ogni giorno che passa e rischia di travolgerci. Allora apriamo la mente ed il cuore ad una reale politica di integrazione: trattiamo i nuovi cittadini secondo i nostri valori, libertà di pensiero e di culto, diritti delle donne e dei bambini, laicità dello Stato, e non consideriamoli bestie da soma, moderni schiavi al nostro servizio.

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