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Il peso delle parole
Antonio Molinari | 16 agosto 2010 alle 09:48:59

Nella società del XVI secolo Montaigne protestò contro le censure verbali in questo modo: “Cosa ha fatto all’uomo l’atto sessuale, così naturale, necessario e legittimo perché egli non osi più parlarne se non con vergogna e per escluderlo dai discorsi seri e ponderati? Pronunciamo coraggiosamente: uccidere, rubare, tradire e perché quella cosa si pronuncerebbe così fra i denti?”(Essais , III). Nella nostra società tutti i giorni si parla come se nulla fosse di stragi, furti e violenze varie, ma se si nomina il sesso si censura qualsiasi cosa o quasi. In questa società il peso della parola “uccidere” o ancor peggio della parola “strage” sembra perdere ogni valore, se ne parla come se si trattasse di andare a fare la spesa. Se ne parla al mattino, a pranzo e a cena, tutti i telegiornali ne parlano ogni giorno, passando come se nulla fosse da un tema a un altro, lasciando sul volto del mezzo busto solo per qualche secondo una piccola smorfia di dolore (finta o reale che sia…). La televisione, ma anche le pubblicità sui giornali o per le strade, riproducono donne mezze nude o uomini in boxer, ma nessuna pubblicità (forse fatta esclusione per quella dei profilattici) pronuncia la parola sesso o amore esplicitamente, perché romperebbe il silenzio degli ipocriti. Perché le parole assassine si possono usare in qualsiasi contesto evocando immagini di morte e sofferenza, mentre parole come amore o sesso vengono ensurate o morbosamente bisbigliate? Le parole rispecchiano chi siamo e se sono queste le parole che usiamo chi siamo realmente?

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