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Il professore si è fuso!
Matteo Mantero | 16 agosto 2010 alle 10:02:16

Nell’ultimo anno la sensazione dominante è stata questa. Un nodo alla gola, il respiro tagliato: entrare in classe  era un incubo” (tratto da ‘L’Espresso’ del 9 ottobre 2003). Con queste parole inizia la testimonianza di un’insegnate elementare del milanese. La sua storia parla di una dinamica scolastica che l’ha portata all’esasperazione: ”Un giorno ho avuto un attacco di panico di fronte alla lavagna: non so come ho fatto a restare in piedi. Ho chiesto  una visita medica, e per la prima volta ho sentito parlare di burnout. Mi hanno dato sette mesi di inabilità, sto meglio, andrò in pensione.”

Questo è solamente uno delle decine di casi di professori colpiti dalla sindrome del “burnout” (alla lettera essere bruciati, esauriti, scoppiati), un fenomeno che, purtroppo, è esteso ad una larga fetta di insegnanti. Il concetto di “burnout” è stato introdotto per indicare una serie di fenomeni di affaticamento, logoramento psicologico e improduttività lavorativa registrati nei lavoratori con una professione a carattere sociale. Questa sindrome è stata osservata per la prima volta negli Stati Uniti in persone che svolgevano diverse professioni d’aiuto: infermieri, medici, insegnanti, assistenti sociali, poliziotti, operatori di ospedali psichiatrici, operatori per l’infanzia. In seguito il fenomeno è stato rilevato e studiato anche in Italia, con esiti che segnalano l’enorme diffusione della sindrome. Nella mia carriera scolastica, fortunatamente, non ho mai assistito in modo diretto al fenomeno, poiché ho avuto insegnanti sempre motivati, decisi e appagati dal loro lavoro... Almeno credo!

Le cause emerse dagli studi e dai sondaggi sono le più varie, dal classico preside opprimente allo studente ribelle, ma le motivazioni più frequenti tra quelle riscontrate possono essere principalmente cinque: la più “gettonata” è lo scarso riconoscimento sociale della professione: la causa principale del burnout per il 55% degli insegnanti. A questa seguono le classi troppo numerose, la retribuzione insoddisfacente e la conflittualità tra colleghi e con gli studenti. Senza aggiungere il “normale” stress da insegnamento: preparare le lezioni comporta un impegno non indifferente e noi studenti, con le nostre “crisi adolescenziali”, non siamo soggetti facili.

Il fenomeno porta ad assumere psicofarmaci per evitare il degenerare della depressione. Mentre a livello fisico la sindrome può manifestarsi con mal di testa frequenti e persistenti, disturbi gastrointestinali, affaticamento cronico, dal punto di vista psichico sono frequenti ansia, depressione, disturbi del sonno. Il burnout, infine, può condizionare negativamente anche le relazioni familiari e di amicizia. Le persone, demotivate psicologicamente e debilitate fisicamente, sono naturalmente portate a investire sempre meno tempo ed energia nel proprio lavoro, limitandosi in molti casi a fare il minimo richiesto con un’importante perdita di qualità. In breve, il fenomeno del burnout riduce la qualità della vita. Questo fenomeno è sicuramente uno specchio della cecità dei governi dinanzi all’istruzione e alla tutela degli insegnanti.

I docenti sono chiamati a formare le nuove generazioni, compito importantissimo per la società. Invece che incentivati, i professori sono lasciati alla deriva. Oltre ad un compenso discutibilissimo, se confrontato con quelli in altri paesi europei, un insegnante deve far fronte da solo al burnout, e se ne è colpito, si trova di fronte l’indifferenza delle istituzioni e, anzi, se viene notata una “flessione” gli avvoltoi di turno sono pronti a farti a pezzi. La testimonianza riportata in apertura deve far riflettere il governo riguardo le condizioni degli insegnanti. Sarebbe ora di attuare una seria opera di prevenzione e informazione per evitare il dilagare di questo fenomeno già abbastanza esteso di per sé. In fondo, non dimentichiamo che i professori sono dalla nostra parte, ci aiutano a porci degli obiettivi e a raggiungerli, ci allenano per la battaglia della vita. Senza insegnati sani, saremo senza futuro.

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