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Il furor amoroso da Platone agli epicurei di Roma
Serena Cerruti | 16 agosto 2010 alle 10:20:59

Il tema del furor amoris è stato sviluppato attraverso le epoche storiche e ognuna di esse, a seconda della propria scala di valori, di cultura e di immaginario, ne ha dato un’interpretazione diversa. Il primo a trattare tale argomento fu probabilmente Platone. Egli sosteneva che esistessero diversi gradi dell’amore, dal “più nobile” al “meno nobile”. Lo stadio più basso era l’amore inteso come pura attrazione fisica; poi c’era l’amore platonico, che era un profondo sentimento legato alla bellezza interiore, alla bellezza dell’anima; infine, il sommo grado dell’amore è quello per Dio. Platone, dunque, ne aveva una visione positiva, perché passando attraverso i vari livelli, l’uomo assurgeva a Dio, principio primo e perfezione assoluta. Gli epicurei hanno dell’amore una visione un po’ diversa. L’obiettivo del saggio epicureo è quello di non lasciarsi travolgere dalle futili passioni e dalle paure, ma di raggiungere, grazie ai validi precetti esposti nel tetrafarmaco, l’atarassia e l’aponia, ossia rispettivamente l’assenza di turbamento interiore e l’assenza di dolore fisico. In tale ottica, l’amore platonico può essere accettato, perché è un tipo di sentimento piuttosto razionale, abbastanza legato al logos: per contro il furor amoroso vero e proprio ha una marcata componente irrazionale e scatena enormi turbamenti. Già la radice stessa dell’espressione, “furor”, rimanda alla follia, all’insania. In Virgilio, infatti, l’amore è sentito come dementia (Ecloghe II e X) e Violenza distruttiva (Georgiche, III) alla quale nessun essere vivente può sottrarsi: amor omnibus idem!

Non a caso, la sfera dell’eros è costituita di una componente che si riversa sul lato fisico (la libido) e di una che interessa, invece, quello psicologico (la cupido). L’unione di questi due elementi dà luogo a un forte desiderio, che, però, è insaziabile. Tale caratteristica viene spiegata attingendo alla dottrina epicurea. Quando un essere umano ha fame o sete, introduce all’interno del proprio corpo cibo o acqua, che essendo costituiti da atomi, riempiono il vuoto e soddisfano il bisogno. Ma nel caso in cui l’individuo sia “affamato” del partner, è impossibile colmare questo vuoto, dal momento che tra i due soggetti amorosi non passano atomi ma solo immagini. L’incolmabile distanza e l’illusorio possesso scatenano la rabies, che è la violenza dei gesti, e tra i due amanti si instaura una lotta fatale e disperata... …in amore Venere con miraggi illude gli amanti / che non sanno appagarsi mirando le svelate forme, / né a una carezza involare qualcosa dalle tenere membra, / irrequieti vagando per l’intera superficie del corpo (Lucrezio, De rerum natura, IV, 1101-1104). E ancora nella “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso, Canto XII, ottava 57: "Tre volte il cavalier la donna stringe con le robuste braccia, ed altrettante da que’ nodi tenaci ella si scinge, nodi di fer nemico e non d’amante. Tornano al ferro, e l’uno e l’altro il tinge con molte piaghe; e stanco ed anelante e questi e quegli al fin pur si ritira, e dopo lungo faticar respira".

L’uomo preso dalla follia d’amore degrada alla condizione ferina. L’insaziabilità e l’irraggiungibilità dell’amante creano un’illusione psicologica, e l’oggetto d’amore è visto come un miraggio. Così come nel deserto si vede una pozza d’acqua a cui non si riesce mai ad arrivare e di cui non si riesce a dissetarsi, così succede in amore… Si tratta di un miraggio, di una splendida utopia, di una insana perturbazione connessa al desiderio… la nostra parte di Dio, una sorta di divina follia.

La dira libido, l’amore funesto e tormentoso, ha colpito tutti indistintamente: greci, romani, eroi epici, filosofi, poeti, pastori bucolici e persino gli epicurei che, nonostante l’immensa saggezza e la continua ricerca di una serena felicità, non riuscirono a rimanerne immuni.

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