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Legalità è... Solidarietà e diritti per tutti!
Davide Malagamba | 19 agosto 2010 alle 15:25:04

Con la fragile struttura produttiva della sua agricoltura tradizionale, il Terzo Mondo è stato esposto alla carestia e alla fame. Ad incrementare la già tragica situazione ci ha pensato la guerra civile che ormai si estende nella maggior parte dei Paesi disagiati causando una forte emigrazione; un esempio su tutti è quello del Darfur situato ai margini della Libia. Il conflitto ha avuto inizio nel 2003 e da allora ha causato più di 200 mila morti e migliaia di emigrati. Non meno importanti sono i conflitti negli altri Paesi come: il Libano, il Congo, il Kenia, l’Iraq o la Nigeria che dal 1999 ha visto morire 11 mila persone. Queste tragedie umanitarie hanno causato un prevedibile aumento dell’immigrazione in tutta l’Europa. Per capire meglio il contesto è necessario ripercorrere il viaggio dei clandestini. Ogni giorno gruppi di immigrati, si imbarcano in cerca di benessere e fortuna, ma spesso il loro sogno si trasforma in un incubo: Il mare è il cimitero di un gran numero di clandestini, morti durante le traversate della speranza, e nessuno sa nulla. Il lungo viaggio, però, comincia molto prima, come racconta Fabrizio Gatti infiltrato su un camion di clandestini, nel deserto del Teneré dove i camion carichi di ragazzi alla ricerca di una vita migliore iniziano la lunga marcia che li porterà al mare; secondo alcuni sondaggi il 12% dei clandestini muore in mare, mentre per altri il viaggio termina già nel deserto. Per i più fortunati il viaggio continua e si spera che una volta arrivati in Italia si riesca a trovare la tanto desiderata salvezza.

Una volta giunti a destinazione il problema più grande per i clandestini rimane quello dell’integrazione con la cultura e la politica sociale del Paese ospitante. Per integrarsi pienamente nella comunità che li accoglie, gli immigrati devono partecipare alla vita sociale di quella comunità. Deve esserci disponibilità, da ambedue le parti, a interagire e a creare relazioni. Il problema dell’integrazione riguarda soprattutto gli immigrati che hanno vissuto la loro prima fase di socializzazione nel Paese di origine, ovvero gli immigrati di età superiore ai sei anni. Ma per i giovani immigrati che riescono ad integrarsi non mancano i problemi anche, se non soprattutto, all’interno delle famiglie: calati pienamente nella società che li ha accolti vivono, infatti, il contrasto tra i valori della società di adozione, che hanno fatto propri, e quelli dei genitori, che molto spesso sono i valori della società di provenienza. Sono da tralasciare i modelli francesi e inglesi, che hanno finito con il ghettizzare gli immigrati, così come il modello americano del melting pot, che ha creato un egualitarismo superficiale ma non reale. Certo non è una soluzione l’irresponsabile ginnastica di odio e disprezzo messa in atto da sindaci ed assessori leghisti: per loro gli immigrati sono il capro espiatorio su cui scatenare le frustrazioni di un popolo…come gli ebrei per i nazisti! Anche il lessico andrebbe cambiato, basta con l’orribile “extracomunitari” che sa di estraneità e chiusura; e poi un po’ di cultura e di memoria storica: noi italiani siamo un popolo di emigrazione recente, fino agli anni ’70 cercavamo fortuna in Germania…in questo dovrebbero aiutarci gli insegnanti di Storia! Aggiungiamoci i nostri “valori cristiani”, sbandierati solo quando c’è da negare diritti agli altri (coppie sterili, omosessuali, conviventi…), un pizzico di solidarietà e il più è fatto. Come dice la costituzione americana tutti gli individui hanno il diritto alla ricerca della felicità. Bisogna però rispettare il paese ospitante e non considerarlo un territorio di conquista.

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