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Due micidiali ecobombe: Artico e Foresta indonesiana
Matteo Cristiani | 19 agosto 2010 alle 15:48:35

Ritorniamo a parlare di inquinamentoe delle condizioni della nostra cara terra che stiamo via via distruggendo con le nostre mani, o meglio, con i nostri “interessi”.Un fatto che desta molte preoccupazioni per la salvaguardia dell’ambiente è il continuo abbattimento delle foreste.

Fa preoccupare il disboscamento della foresta di Riau in Indonesia al centro dell’isola di Sumatra per la produzione di legno pregiato e olio di palma, la cui richiesta rispetto al 2000 è aumentata del 244 per cento. Il problema più grande non è la produzione di legno o dell’olio di palma, ma il trattamento fatto al terreno dopo il taglio degli alberi per poterlo riutilizzare al più presto ed essere quindi “più produttivi”. Dopo il taglio a raso degli alberi, il terreno viene drenato e bruciata la biomassa residua in quanto gli incendi concimano ed eliminano potenziali parassiti. Proprio durante gli incendi avviene l’ emanazione dei pericolosi gas serra quantificati in 1,8 miliardi di tonnellate all’anno, risultando il 4 per cento della produzione globale di gas serra. Se si dovessero distruggere tutti i 4 milioni di ettari della torbiera di Riau verrebbero liberati 49 miliardi di tonnellate di CO2 cioè l’equivalente di emissioni di tutta la terra in un anno. L’olio di palma viene utilizzato dalle grande industrie agroalimentari e lo troviamo in prodotti comuni presenti nei nostri supermercati: KitKat, Pringles, Philadelphia, Burger King e McCain.

L’olio è utilizzato anche in larga scala per la produzione dei biocarburanti e nonostante il nome ci faccia pensare ad un qualcosa di “sano” per la terra, un rapporto dell’Epea (prestigioso istituto internazionale di Amburgo) calcola che, in un periodo temporale di 100 anni, la produzione di biodiesel da olio di palma tratto da una piantagione su torbiera, emette un quantitativo di CO2 cinque volte superiore a quella delle normali benzine. A proposito di benzine, lo sapete che i geologi ritengono che la Calotta Polare Artica nasconda sotto di sé circa il 25per cento dei giacimenti di petrolio e gas del mondo non ancora scoperti?Tutta questa ricchezza, per ora ancora nascosta, ha mobilitato le grandi potenze che si contendono il territorio Artico (Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia e Danimarca). Il primo passo lo ha fatto la Russia durante la scorsa estate piantando sul fondo marino a 3200 metri di profondità la propria bandiera confermando così il suo dominio. Con lo scioglimento dei ghiacci dovuto al riscaldamento terrestre, si sta rinnovando l’interesse alla trivellazione del fondo oceanico polare alla ricerca dei giacimenti di idrocarburi nascosti dallo spesso strato di permafrost. Il lato ironico che ci deve fare riflettere e che proprio sotto quel ghiaccio che si ritira ogni anno sempre più, si trovano enormi quantità di potenziali agenti inquinanti, generatori dell’effetto serra, che se dovessero essere liberati, loro volta aumenterebbero il loro effetto devastante, riducendo ancor più il manto ghiacciato. Altre preoccupazioni desta il fatto che sotto il ghiaccio siberiano ci sia sepolto materiale organico pari a quello delle più grandi foreste pluviali del mondo messe insieme: se lo scioglimento del permafrost avviene in presenza di ossigeno sulle terre emerse, la decomposizione della materia organica comporta la produzione di anidride carbonica mentre se il permafrost si scioglie in assenza di ossigeno, la sua decomposizione rilascia metano, il gas più nocivo con un effetto serra 23 volte superiore a quello dell’anidride carbonica.

La dottoressa Katey Walter dell’Istituto di biologia artica dell’Università dell’Alaska a Fairbanks ed i suoi ricercatori, definiscono lo scioglimento dei ghiacciai come una "bomba a tempo” innescata. Questa “bomba” continua ad essere alimentata e con lo scioglimento del permafrost i laghi artici libereranno nell’atmosfera miliardi di tonnellate di metano. Di certo per le grandi Nazioni che si contendono il controllo del Polo, sarebbe un enorme affare economico riuscire a raggiungere i giacimenti di carburante fossile presenti sul fondo marino, ma a prezzo del nostro futuro!

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