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De brevitae vitae
Serena Cerruti | 19 agosto 2010 alle 15:56:17

La nostra vita oggi è sovraccarica di impegni e stress, è scandita da un ritmo frenetico, e non è raro lamentare la mancanza di un po’ di tempo libero da dedicare a noi stessi; la vita ci scivola via tra le mani e sorge spontaneo pensare quanto essa sia breve. Ma non solo ora mala tempora currunt: già il saggio filosofo latino Seneca, nato il 4 a.C. a Cordoba, espresse nel De Brevitate Vitae analoghe insoddisfazioni a proposito di quelli che chiamava occupati, ossia affaccendati. Gli affaccendati siamo noi, sono coloro che si affannano tutta la vita per l’ambizione della carriera, che si consumano nei piaceri della carne e della gola, che sono sopraffatti dall’avidità e dall’avarizia, si struggono per accumulare beni materiali che non riusciranno mai a godersi e si lasciano abbindolare da adulatori e falsi amici. Tutte queste futili attività ci sottraggono giorni preziosi, tempo che fugge via veloce e si sottrae a quello, breve o lungo che sia, che ci è concesso come mortali. Seneca, da buon maestro, ci illumina, spiegandoci che non accipimus brevem vitam, sed fecimus, nec inopes eius sed prodigi sumus. Non importa la durata della nostra vita, ma come la amministriamo: ci perdiamo in affanni inutili, facciamo progetti a lungo termine e procrastiniamo il momento dell’otium fino all’ultima parte della nostra vita, la vecchiaia, la quale, inoltre, non è sicuro ci sia concessa. In questo modo, otium numquam agetur, semper optabimur: il tempo libero non sarà mai una realtà, sarà sempre un sogno. Potremmo durare anche cento anni, per accorgerci alla fine di aver vissuto solo una manciata di giorni. Come bravi ragionieri, invece, dobbiamo fare economia della nostra vita e risparmiare ogni attimo per noi, evitando che chiunque (Ve qualunque sciocchezza) ci sottragga tempo. Seneca suggerisce di dedicarci fin da subito all’otium, agli studi letterari  filosofici, che ci conducono verso una conoscenza intima di noi stessi.

Dovremmo dialogare solo coi grandi filosofi e maestri del passato, come Aristotele, Virgilio, Orazio, Cicerone e tutti gli altri, che ci insegnano a vivere senza derubarci di quanto di più prezioso abbiamo, il nostro tempo. Il tempo è il sommo bene, l’unico che niente e nessuno ci può restituire e, purtroppo, quello di cui tendiamo a essere più prodighi e valutare meno.[VIII, 5] [V]. La vita non fa rumore, mentre scorre, non dà segno alcuno della sua rapidità, scivola via in silenzio,V,Tu occupatus es, vita festinat. Questo è il vero significato dell’opera: un monito per gli uomini di ogni secolo a non sprecare tempo prezioso, un insegnamento a vivere la centralità del sé, il proprio io, non nelle cose, ma nel tempo della vita, perché la morte non ci deve cogliere prima di aver vissuto davvero.

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